Interventi
Fulvio De Giorgi
Per una storia degli Artigianelli in Italia
L’impegno di don Zefirino Jodi a Reggio Emilia e la fondazione degli Artigianelli reggiani giungono – si potrebbe dire – a conclusione di un lungo periodo che, nel corso dell’Ottocento, vide la nascita di altri Istituti che si richiamavano, nel nome, agli Artigianelli. Tali esperienze, peraltro, rientravano, a loro volta, nel più generale fenomeno della “santità sociale” che caratterizzò il cattolicesimo, in particolare dell’Italia centro-settentrionale, nel XIX secolo.
In molti casi, l’attenzione fu principalmente rivolta all’educazione, che prese alcune dimensioni particolari: l’istruzione femminile; quella di alcune persone con particolari disabilità (tipico il caso dei sordomuti); l’istruzione professionale per l’emancipazione sociale e l’autopromozione dei ceti più umili. Si distinsero, in questo ambito, figure molto note come Lodovico Pavoni o Maddalena di Canossa, Giovanni Bosco o Leonardo Murialdo, ma anche altri protagonisti non meno importanti come Cocchi, Biraghi, Piamarta, fino, appunto, a Jodi.
In occasione della beatificazione di Leonardo Murialdo, il 3 novembre 1963, Paolo VI richiamò l’attenzione su coloro che definì “educatori cattolici della gioventù popolare” nell’Ottocento. Il papa bresciano, con precisa intuizione storica, indicò una sorta di profilo ideale, quasi diremmo un idealtipo biografico-spirituale: “Spinto dal di dentro del suo spirito, chiamato al di fuori da nuove vocazioni di carità, questo Sacerdote ideale si concede ai problemi pratici del bene a lui presente; e inizia così, senza altre previsioni che quella dell’abbandono alla Provvidenza, la impensata avventura, la novità, la fondazione cioè, d’un nuovo istituto, modellato secondo il genio di quella fedeltà iniziale, e secondo le indicazioni sperimentali delle necessità umane, che l’amore ha rese evidenti e imploranti”. Montini, che – in qualche modo – si ricollegava personalmente e intimamente a quella storia, parlava dunque della “fioritura di istituzioni similari, anche se ben distinte le une dalle altre”. E osservava: “potremmo elencare una gloriosa serie di magnifici sacerdoti, i quali hanno illustrato la Chiesa cattolica nell’Ottocento, e sembrano tra loro fratelli, e tutti obbedire ad un somigliante paradigma di perfezione personale e di operosità apostolica, tanto da formare tutti insieme una meravigliosa costellazione di sante figure attorniate da nuove, poderose istituzioni da loro fondate. Citiamo ad esempio, fra le istituzioni di coloro che hanno preceduto il Murialdo: gli Oblati di Maria Immacolata, gli Oblati di Maria Vergine, l’Istituto Cavanis, i Rosminiani, i Pavoniani, gli Stimatini, i Claretiani, i Betharramiti e così via”; “così specialmente Don Bosco, di cui tutti conosciamo la grande e rappresentativa figura”. “Potremmo osservare eguale fenomeno, e con una serie assai copiosa di nomi benedetti, per quanto riguarda il campo femminile”[1].
Se volessimo usare la visione dell’epoca, corrente anche in campo laico, dovremmo parlare di “pubblica carità”, collegata cioè alla “beneficenza sociale”[2]. Ma se cercassimo di meglio precisare tale caratterizzazione ‘sociale’, attraverso le più pensose elaborazioni nate dall’interno stesso di quelle esperienze, potremmo allora riferirci alla concezione rosminiana di una carità triniforme, distinta in carità corporale, carità intellettuale (intesa come anima di un impegno educativo) e carità spirituale. Si aprì allora una dialettica decisiva tra carità sociale e carità spirituale: ma la stessa carità sociale nasceva dalla sintesi di carità corporale e carità intellettuale.
Per studiare, dunque, la figura e l’opera di don Zefirino Jodi occorre avere sullo sfondo le vicende ottocentesche delle congregazioni religiose vecchie e nuove e dei loro fondatori e fondatrici, proprio nell’ambito dell’intrecciarsi di carità corporale e carità intellettuale, rosminianamente intese. Solo così una vicenda personale e locale potrà essere storicamente compresa: collocandola, cioè, nel contesto di un più vasto processo storico che si distese per tutto il XIX secolo e che, appunto, giunse fino agli anni di don Jodi.
L’intento di questo mio contributo è appunto quello di indicare i passaggi fondamentali di questo processo, che si articolò, prima dell’Unità d’Italia, prevalentemente tra Lombardo-Veneto, Toscana e Piemonte, tenendo conto, sul piano metodologico, dell’importante intreccio tra modelli spirituali, indirizzi pedagogico-educativi ed esperienze di istruzione effettivamente praticate
1. La prima metà dell’Ottocento: nuovi fermenti
Nei primi decenni dell’Ottocento nascono, tra Lombardia e Veneto, la Congregazione delle scuole di carità dei fratelli Cavanis, le Figlie della Carità della Canossa, l’Istituto della Carità di Rosmini, mentre si sviluppa l’originale impegno di Lodovico Pavoni a Brescia, di Nicola Mazza a Verona e di don Carlo Botta a Bergamo, il quale dava vita (nel 1817) a una casa di rieducazione per minori, col fine di istruirli in qualche arte. Nello stesso periodo, nel Regno delle Due Sicilie e nel Regno di Sardegna cominciano a diffondersi le Suore della Carità di Giovanna Antida Thouret. Sempre nel Regno di Sardegna troviamo, accanto all’esperienza delle Amicizie cristiane e poi dell’Amicizia cattolica, le presenze di Guala, Lanteri, Cafasso, Cottolengo e dei marchesi di Barolo. In questa prima fase si può osservare, dal punto di vista geografico-territoriale delle relazioni sociali ed ecclesiali, una significativa convergenza e interrelazione della Lombardia ex-veneta (Brescia e Bergamo) con il Veneto occidentale (Verona), in particolare con l’area compresa tra il lago di Garda, l’Adige, il Mincio e il Po, dunque lambendo anche il territorio di Mantova. Naturalmente Verona ha poi maggiori legami con Rovereto, da una parte, e con Venezia dall’altra. Mentre Brescia è pure collegata a Milano e a Pavia, alla cui università si indirizzano alcuni giovani dei ceti dirigenti bresciani.
Negli anni ’30, poi, comincia a manifestarsi in Europa un liberalismo vincente e un primo attenuarsi della Restaurazione, con la rivoluzione del 1830 in Francia, che porta pure seco un cattolicesimo liberale alla Lamennais, ma si hanno anche i primi fallimentari moti mazziniani e infine emerge, in Italia, in campo culturale e religioso, la figura di Antonio Rosmini[3]. Negli anni ’30 vediamo, tra l’altro, il canonico arciprete don Giuseppe Bedetti che, a Bologna, istituisce Sale di Carità, per la cura ai poveri fanciulli artigiani; a Cremona don Ferdinando Manini (che fu in relazione con Pavoni), nel 1837, cioè alla fine dell’episcopato del filorosminiano mons. Sardagna, ospita nella Casa Archetto un istituto maschile di carità (Istituto dei Biricchini) per ragazzi discoli (don Manini sarebbe stato poi nominato canonico da mons. Bonomelli); il già ricordato don Carlo Botta istituisce, nel 1837, a Bergamo i primi due asili di carità, a indirizzo aportiano, e accoglie nella stessa sede un istituto per ragazze abbandonate. In questo periodo, con l’ascesa al trono subalpino di Carlo Alberto, che avvia un suo riformismo, le classi dirigenti lombarde, in particolare milanesi, ma anche bresciane, cominciano a maturare quella che sarà chiamata la ‘scelta piemontese’. Lo stesso Rosmini, dopo la parentesi della arcipretura nella natia Rovereto, si stabilirà nella diocesi di Novara, pur mantenendo sempre stretti legami con Milano.
Gli anni ’40, infine, vedono una svolta decisa, peraltro non priva di drammaticità e non solo per il biennio rivoluzionario 1848-49, che è pure storicamente determinante. Nel 1846 si ha l’entusiastico avvio del pontificato di Pio IX, visto come filo-liberale. E nel primo anniversario dell’elezione, il Cardinal Legato visita a Bologna nuovi istituti di carità, tra i quali il Ritiro e Scuola di San Pellegrino, fondato nel 1840 da don Camillo Breventani a vantaggio di fanciulle povere e pericolanti, e l’Istituto dell’Immacolata, fondato dal filippino Ignazio Lanzarini, nel 1845, per istruirvi ed educarvi ai diversi mestieri – anche con un ‘opificio’ – orfani miserabili e abbandonati. Ma gli anni ’40 si concludono con lo spostamento di Pio IX sul versante anticostituzionale e intransigente, con la messa all’Indice di due operette rosminiane, infine con la ripresa violenta della polemica gesuitica contro Rosmini.
Successivamente, il cosiddetto ‘decennio di preparazione’, dal 1849 al 1859, irrigidirà le posizioni tra la Santa Sede, ormai arroccata sull’intransigentismo e sostenuta dai gesuiti, e la classe dirigente cavouriana del Piemonte sabaudo, che prenderà la guida della conclusione del Risorgimento nazionale, con il sostanziale sostegno del cattolicesimo conciliatorista e costituzionale, guardato con sospetto da Roma.
Il ‘giusto mezzo’ sarà allora tenuto da quelle figure, come don Bosco, don Murialdo, p. Sebastiano Casara, don Giovanni Battista Piamarta, che, in assoluta fedeltà al Papato e talvolta anche abbracciando indirizzi culturali di tipo intransigente, manterranno tuttavia rapporti non ostili con i governi subalpini e poi italiani e sapranno anche valorizzare, almeno sul piano spirituale, il rosminianesimo.
2. L’esperienza di Lodovico Pavoni
Nel cotesto che ho sinteticamente indicato, vediamo, dunque, emergere sempre più chiaramente la fisionomia apostolica di Lodovico Pavoni, dall’impegno per gli oratori giovanili, con una particolare attenzione ai ragazzi della “classe indigente”, alla fondazione nel 1821 di un nuovo e originale “collegio d’arti” per dare loro un’educazione emancipatrice, formandoli come artigiani.
Pavoni poteva essere influenzato anche dalla più vecchia tradizione somasca e dalla più recente legislazione austriaca sulle scuole tecniche: egli infatti fondò, appunto, l’Istituto di S. Barnaba come “Scuola d’arti” o “Collegio d’arti per i poveri” (per il quale stese pure nel 1831 un significativo Regolamento e negli anni ’40 promosse a suo sostengo la Congregazione religiosa dei Figli di Maria Immacolata, che ebbe l’erezione canonica l’8 dicembre 1847).
Potremmo indicare quattro preminenti matrici spirituali che, sulla base delle sue personali relazioni, influenzano Pavoni e ne plasmano il profilo: la prima è quella filippina; la seconda è quella salesiana o salesiano-ignaziana; la terza è quella borromaica; la quarta quella muratoriana.
A Brescia vi era un’importante tradizione dell’Oratorio di S. Filippo Neri che però, per le vicende del periodo francese-napoleonico, sopravviveva a stento[4]. Pavoni sostenne quell’attività oratoriana e mostrò chiaramente non solo una personale devozione per Filippo Neri ma soprattutto chiare movenze filippine nelle forme del suo ministero educativo tra i giovani. Quando, nel 1822, mons. Nava, insieme ai padri Mazzi, Arrigo e Luchini, si impegnò per la restaurazione della congregazione dell’Oratorio di Brescia, invitò ad entrarvi il prete Giacomo Micovich, di solida preparazione teologica e di buon cuore, che, fino ad allora, era stato presso Pavoni[5].
Peraltro, la partecipazione di Pavoni alla Società di S. Giovanni Nepomuceno, fondata nel 1735 e nella quale avrebbe anche assunto incarichi dirigenziali, segnala in Pavoni una spiritualità presbiterale radicata nel riferimento alle figure di S. Francesco di Sales e di S. Giovanni Nepomuceno: una spiritualità salesiana o forse, meglio, salesiano-ignaziana, contigua dunque ai gesuiti, ancorché con una sua chiara autonomia. Si realizzava, in realtà, dopo la soppressione della Compagnia, un incontro fecondo con ex-gesuiti che esprimevano l’eredità del grande gesuitismo, caratterizzato da cultura erudita, spirito missionario, impegno educativo: si pensi alle figure di Stefano Morcelli e di Angelo Mai, con i quali Pavoni ebbe contatti. Espressione di una spiritualità più strettamente legata ai gesuiti (e poi agli ex-gesuiti) era il Collegio Apostolico di Bergamo, del quale era membro don Luca Passi, che, con l’aiuto del fratello Marco, fondò un’opera per l’educazione dei giovani, che si radicò soprattutto nel ramo femminile, dedicato a S. Dorotea. Passi sostenne l’opera oratoriana di Pavoni, anche con il dono di libri devoti per i giovani[6]. E Pavoni, nella tipografia del suo Istituto, pubblicò, nel 1831, Lettere sull’Istituto della Cristiana Carità per l’educazione delle fanciulle ossia sulla Pia Opera di Santa Dorotea. Passi era stimato anche dal vescovo di Brescia, mons. Nava e qui giungiamo ad un’altra influenza decisiva.
Nava portava a Brescia l’esperienza borromaica (di Carlo e di Federico) e, più in generale, milanese, non arroccata e chiusa ma intelligentemente aperta alla modernità. Egli fu chiaramente determinante nel fondamentale avvio dell’opera di Pavoni: com’è noto di Nava Pavoni fu segretario, dal 1812, e da Nava egli fu nominato, nonostante la poca esperienza, canonico nel 1818. All’attenzione di Nava verso i poveri e verso l’educazione si devono l’incoraggiamento al Pavoni, il sostegno al suo impegno e una presenza di alto patronato nelle intraprese che, soprattutto a S. Barnaba, Pavoni, proprio con il forte aiuto del vescovo, venne ad assumere. Nava, peraltro, avrebbe conservato sempre i suoi legami con l’ambiente milanese: con il conte Giacomo Mellerio, per esempio, e con il nipote di Mellerio, Giulio Padulli, entrambi, peraltro, amici di Rosmini.
Infine, un ultimo apporto, culturale e spirituale, non va sottovalutato nel ricostruire storicamente la rete di relazioni e di influenze che risultarono decisive per Lodovico Pavoni. Mi riferisco all’indirizzo che in senso lato si può definire muratoriano; sia nel senso di una cultura illuminata sia, soprattutto, come centralità della carità (e di una carità operosa) e come “regolata devozione”. Nel Settecento Brescia, anche ma non solo per l’impegno del vescovo Angelo Maria Querini, si caratterizzò come un ambiente culturalmente vivo, aperto ai collegamenti con l’estero, alle relazioni tra dotti, all’elaborazione intellettuale e all’editoria. Fu certo uno dei ‘nodi’ di quella repubblica delle lettere che aveva al suo centro l’abate modenese Ludovico Antonio Muratori, le cui opere circolavano a Brescia. Qualcosa di questa stagione rimaneva ancora nel primo Ottocento bresciano, ma ciò che più conta, per Pavoni, sono i rapporti che egli ebbe con il modenese Pietro Schedoni, probabilmente prima del 1824-25. Tali relazioni sono note e sono in qualche modo consacrate dalle reciproche citazioni: Schedoni nel 1824 nella terza edizione della sua opera Delle influenze morali ricordò, con positivo consenso, l’opera caritativa di Pavoni e Pavoni citò “un erudito Scrittore”, cioè Schedoni, nel 1831.
Ma il nome di Schedoni vuol dire un riferirsi alla tradizione muratoriana di carità cristiana, soccorrevole e operosa, come pure all’ideale religioso muratoriano di una ‘regolata devozione’: egli, infatti, con un chiaro riferimento alla lezione di Muratori, parlava di combattere tanto gli abusi del culto quanto le forme inclinanti alla superstizione, ma anche il lusso, lo sfarzo, la pompa; proponeva una sostituzione della lingua latina con il volgare nelle orazioni che si insegnavano al popolo; richiamava l’attenzione circa la necessità della disciplina del clero e della vigilanza sui suoi costumi; invitava alla beneficenza a favore di orfanotrofi e scuole.
Negli anni ’30 si ebbe così l’avvio della Congregazione religiosa pavoniana.
Fin dal 1825 Pavoni la andava vagheggiando. Con l’approvazione verbale del Nava, che muore nel 1831, Pavoni giunge, in quello stesso anno, al compimento della stesura delle Regole fondamentali e avvia una fase di progressiva realizzazione e di congiunto discernimento. Sempre nel 1831 egli dà alle stampe il Regolamento dell’Istituto di S. Barnaba in cui mette a punto il suo “metodo di educazione”.
Tra l’altro, proprio con l’inizio degli anni ’30, egli ottiene la licenza tipografica e avvia la nuova sigla “Tipografia del Pio Istituto di S. Barnaba”, realizzando il passaggio da un apostolato educativo di formazione professionale, che aveva il suo centro, anche se non unico, nell’attività tipografica, ad un apostolato di più vasto raggio culturale perché ormai definito anche come attività di editore[7].
In questo periodo, che potremmo dire di consolidamento, sono significativi alcuni contatti. Mi sembrano di particolare importanza i rapporti con Rosmini, con Mellerio e con i fratelli Cavanis. È da ricordare quanto sia la spiritualità filippina sia l’indirizzo culturale muratoriano – così presenti a Pavoni – siano stati fondamentali anche per Rosmini[8]: un’affinità filippino-muratoriana, potremmo dire, li avvicinava.
È da notare, peraltro, che alla fine di questo periodo, nel 1839, viene pubblicata, in Francia, De la Bienfaisance Publique del barone De Gérando, che – parlando rapidamente della situazione italiana – nomina esplicitamente Pavoni e la sua “Scuola di arti e mestieri”[9], dandogli così una fama ben oltre i confini del Lombardo-Veneto: l’opera di De Gérando viene peraltro subito recensita, nello stesso 1839, dalla “Biblioteca Italiana”[10], che ne riprende anche il cenno al Pavoni[11]. Tra il 1842 e il 1848 viene anche tradotta a Firenze, in undici volumi (e in una delle successive edizioni di questa traduzione italiana, dopo l’Unità, gli editori aggiungono un aggiornamento in nota, dando notizia del torinese “Collegio degli Artigianelli” di don Cocchi, diviso in laboratorio e colonia agricola).
3. Tra tradizioni spirituali e riflessione pedagogica: dalla Svizzera alla Toscana Riprendiamo le fila del discorso da un altro punto di vista, quello educativo e pedagogico: o, meglio, pedagogico-spirituale.
In una Conferenza agli Artigianelli, probabilmente nel 1872, Leonardo Murialdo osservava: “23 anni fa non Collegi p[er] artigiani, almeno nei nostri paesi: molti p[er] studenti. Perché? perché chi intraprendeva carriera studenti, poteva pagare: chi necessitato al lavoro no. – – Forse minor bisogno? Forse non tanti orfani senza pane? – Forse non tanti che lo stesso che se orfani, non potendo i genitori mantenerli, educarli? Forse p[er] tanti peggio che orfani avendo genitori scandalosi? Oh, quanti anche allora? Chi ne ebbe pietà, e volle provvedersi presso di noi? Contemporaneamente due poveri preti: D. Bosco, D. Cocchi: dietro il loro esempio, altri Collegi di Artigianelli: in Asti il Can[oni]co Cerruti; a Genova il sac[erdote] Montebruno; a Vercelli il sac[erdote] Gualino, e poi il can[oni]co De Gaudenzi, ora Vescovo di Vigevano, e poi altri ed altri: – – ma notate origine, forse tutti, almeno quasi tutti da preti (come li spedali pei poveri infermi, quasi tutti da preti)”[12].
Murialdo si chiedeva, dunque, come mai questi istituti fossero stati fondati da sacerdoti: affermava che, prima del cristianesimo, i poveri erano oppressi e calpestati dai ricchi e concludeva: “Chi ne sollevò la condizione? Chi ne fece uomini come li altri? G.[esù] C.[risto] e la sua religione, il Cristianesimo: ci disse tutti fratelli in Adamo, e in Gesù Cristo; anzi li nobilitò al di sopra dei ricchi p[er] somiglianza maggiore con G.[esù] C.[risto] – e nel Cristianesimo i poveri trovano in chi ha fede cristiana, nei Cristiani di spirito e di cuore amore, rispetto, assistenza. […] E’ la carità dei cristiani che soccorre, consola la condizione del povero. Ebbene è pure la carità del vero Cristiano, del Sacerdote che dovea provvedere, non solo al pane materiale, ma al pane intellettuale, spirituale, educativo del povero; è la carità che li induceva a impiegare così i loro redditi, e a cercarne se non ne avevano; e quindi a imitazione di S. Vincenzo de’ Paoli non solo impiegare <spendere> sua ma seipsos, la loro opera, la loro vita, il loro riposo. – E’ facile come i democratici, i liberali, i Mazziniani, i Garibaldini, i rivoluzionarii gridare popolo, popolo; ma se si tratta di consumare il patrimonio, (non un ballo di beneficenza, L. 10 all’anno)”[13].
Murialdo adombrava quasi la già ricordata triplice distinzione rosminiana di carità corporale, carità intellettuale, carità spirituale. Egli, tuttavia, sembrerebbe propendere per una articolazione su due piani: carità materiale, da una parte, e, dall’altra, insieme, carità intellettuale, spirituale ed educativa.
In ogni caso, Murialdo inseriva giustamente l’opera degli Artigianelli non nella tradizione gesuitica dell’impegno educativo ai giovani delle classi dirigenti, ma nelle vicende dell’impegno che si potrebbe dire ‘sociale’ per i poveri, cioè nella tradizione di San Girolamo Emiliani, San Gaetano da Thiene, San Giuseppe Calasanzio, fino a giungere a San Vincenzo de’ Paoli. In particolare, Calasanzio, fondatore degli Scolopi, aveva dato avvio alle scuole popolari gratuite, dette scuole pie. Ma è soprattutto significativa l’opera dell’Emiliani (o Miani), il fondatore dei Somaschi, che aveva operato nel Veneto e in Lombardia e che si era rivolto agli orfani per farne apprendisti di un’arte: egli aveva cioè portato nell’istituto la scuola e la bottega, vi aveva chiamato i maestri dell’arte che istruivano gli orfani, erano per questo pagati e condividevano la mensa dell’istituto. A Brescia l’Emiliani fece insegnare agli orfani l’arte della tessitura[14].
Questa tradizione religiosa e spirituale dovette successivamente confrontarsi, tra Settecento e primo Ottocento, con le iniziative educative di tipo filantropico e con l’emergere di compiuti sistemi pedagogici, per lo più laici. Nell’area tedesca si ebbe prima il settecentesco programma educativo di Basedow che fondò una Realschule, introdusse il lavoro manuale nelle classi normali e vi affiancò delle classi di istruzione di tipo professionale[15]. Nell’Ottocento della Restaurazione, Friedrich Schleiemacher con le sue Lezioni di Pedagogia del 1826 distinse una educazione pubblica per i ceti superiori, attraverso un itinerario che andava dalla scuola civica alla scuola di erudizione all’università, e una educazione pubblica per i ceti subalterni: dalla scuola popolare alla scuola professionale. Ma si può dire che, nello stesso periodo, la vera “provincia pedagogica”, anche per l’istruzione professionale e l’educazione al lavoro, era la Svizzera. L’ideale che, con teorie e con esperienze diverse, veniva coltivato in Svizzera valorizzava l’educazione al lavoro, ma non come separata e subalterna rispetto all’educazione letteraria e umanistica: dall’innovativa pedagogia rousseauviana che inseriva nel processo educativo l’apprendimento di un’arte manuale alle esperienze e alle teorizzazioni di Pestalozzi[16] da una parte e di p. Girard dall’altra. Un’originale sintesi teorica, tanto delle posizioni di Pestalozzi quanto di quelle di Girard, venne – agli inizi degli anni ’30 – dall’opera del ginevrino François M. L. Naville con i suoi volumi sull’educazione pubblica[17] e sulla carità legale. Sul piano operativo della sperimentazione didattica fu invece molto importante l’esperienza del bernese Philipp Emanuel von Fellenberg[18]. Nel 1804 egli fondò a Hofwyl, vicino a Berna, una scuola per i poveri che univa insegnamento scolastico e lavoro agricolo: dal 1810 e per vent’anni essa fu diretta da J. J. Wehrli e divenne molto nota in tutta Europa, perché fu affiancata – nel 1807 – da un Istituto agrario. Fondamento per l’autosostentamento finanziario ma anche principale strumento educativo, le coltivazioni modello erano il cuore ideale dell’intero movimento scolastico del Fellenberg, che – negli anni successivi – si completò con un ginnasio-liceo, una scuola femminile, una scuola tecnica, un asilo infantile.
L’opera pedagogica di Naville fu conosciuta ed apprezzata dal Rosmini e da Raffaello Lambruschini e fu più volte citata nella importante rivista pedagogica toscana “Guida dell’educatore”. L’eco degli istituti di Fellenberg invece giunse a Brescia[19], dove forse fu tenuta presente dal già ricordato Pavoni. Ma l’esperienza di Fellenberg fu assai apprezzata e fatta conoscere dall’ambiente toscano, notoriamente molto legato alla Svizzera: ne parlarono tra gli anni ’20 e gli anni ’30 G. Capponi, E. Mayer, C. Ridolfi, R. Lambruschini. In Toscana, peraltro, tale attenzione venne a congiungersi con inflessioni di cattolicesimo utopico e palingenetico e si intrecciò con la visione sainsimoniana del progresso e perciò con la valorizzazione dei ceti industriali e, in generale, di un mondo produttivo rinnovato e modernizzato grazie alla scienza e alla tecnica. Da queste suggestioni e da un esplicito riferimento a Fellenberg prese le mosse la scuola teorico-pratica di agricoltura per l’istruzione di fattori e proprietari agricoli, fondata nel 1834 dal marchese Cosimo Ridolfi nella sua tenuta di Meleto in Val d’Elsa[20]: al di là della brevità dell’esperienza (che si concluse nel 1841 quando il Ridolfi iniziò i suoi corsi di agraria presso l’università di Pisa), essa divenne presto nota e celebrata in Italia.
Sul piano del diffondersi del termine “Artigianelli”, in un contesto di carità intellettuale, cioè con intenti di educazione popolare e di istruzione dei ceti subalterni, è da segnalare l’iniziativa editoriale, a Roma, per opera di Ottavio Gigli, nel 1845-48. Si pubblicò infatti un periodico, per elevare il livello culturale, ma anche morale, dei figli del popolo e gli fu dato come titolo “L’Artigianello”.
4. Nel Piemonte carloalbertino: don Giovanni Cocchi e la fondazione degli Artigianelli
Accanto alla Lombardia e alla Toscana l’altro centro significativo fu il Piemonte, specialmente dopo l’ascesa al trono di Carlo Alberto nel 1831. Durante il regno albertino, caratterizzato peraltro da un originale ancorché velleitario riformismo religioso regio, continuò l’opera dei gesuiti, stimati dal re, ma essi non ebbero più la centralità assoluta in campo educativo come ai tempi di Carlo Felice. Sul piano della spiritualità prevaleva l’impronta, vicina a quella gesuitica ma pur da essa distinta, tanto della tradizione del savoiardo Francesco di Sales quanto della tradizione filippina che a Torino era stata recentemente rilanciata da Sebastiano Valfré.
Sul piano educativo assumeva importanza l’opera dei Fratelli delle Scuole Cristiane, chiamati in Piemonte fin dal 1829 per avere in affidamento le classi maschili della Regia Mendicità Istruita[21] e che – nel periodo albertino – ebbero progressivamente affidate tutte le scuole elementari della città di Torino[22]. Fondati più di un secolo prima, in Francia, da Jean Baptiste de la Salle, i Fratelli delle Scuole Cristiane si rivolgevano all’istruzione dei ceti popolari e, per statuto, non insegnavano il latino (e perciò erano chiamati “Ignorantelli”) nelle loro scuole che erano normalmente gratuite. Tale congregazione comprendeva l’istituzione di un corpo di insegnanti laici, selezionati per vocazione, specificamente formati e dediti interamente all’opera educativa. Inoltre gli indirizzi didattici dei lassalliani, nel corso dell’Ottocento, si rivolsero all’istruzione di operai non solo per le botteghe artigiane ma anche per l’industria. La loro opera in Piemonte fu dunque modernizzatrice sia attraverso l’adattamento dei loro manuali, già sperimentati in Francia e introdotti in seguito all’adozione piemontese del sistema metrico decimale negli anni ’40, sia con l’apertura – alla fine del 1845 – a Torino di una scuola serale gratuita per apprendisti e operai ad indirizzo industriale e commerciale, forse la prima in Italia, che dagli iniziali 480 allievi giunse nel 1852 a oltre 600 e si diffuse in altre città del Regno.
Sempre nel periodo albertino e, in particolare, dopo l’epidemia colerica del 1835, si ebbero le innovative iniziative scolastico-educative, rivolte al popolo e alle donne, di Roberto e Costanza D’Azeglio[23]. Ma sono del 1838 le due esperienze più significative: la costituzione a Torino della “Società delle scuole infantili” e la fondazione a Biella della “Società per l’avanzamento delle arti, dei mestieri e dell’agricoltura”. La prima, che ebbe il suo “manifesto” nel volume Delle scuole infantili di Carlo Bon Compagni, annoverò tra le sue fila Camillo Cavour, Ilarione Petitti, Cesare Alfieri di Sostegno, Federico Sclopis, Carlo Cadorna, Roberto D’Azeglio. Tra gli ecclesiastici che sottoscrissero per la Società vi furono alcuni, come il professore di teologia morale Giuseppe Andrea Sciolla, più vicini a Rosmini, e altri, come il teologo Giovanni Baracco (che nel 1819 aveva fondato l’Accademia di sacra eloquenza), simpatizzanti per Gioberti. Ma sono soprattutto da segnalare due presenze: il canonico Lorenzo Renaldi che fu poi vescovo di Pinerolo (e fu su posizioni anti-infallibiliste al Vaticano I) e il teologo Luigi Fantini, parroco dell’Annunziata e poi vescovo di Fossano, che difese pure la Società e le scuole infantili dalle accuse di irreligiosità lanciate dagli ambienti clericali più chiusi e reazionari[24]. Com’è noto il Fantini fu legato a don Cocchi e Renaldi a Berizzi e a Leonardo Murialdo. Sia Fantini sia Renaldi, peraltro, ebbero posizioni filo-liberali.
La “Società per l’avanzamento delle arti, dei mestieri e dell’agricoltura” fu invece fondata dal vescovo di Biella, mons. Losana, anch’egli liberaleggiante e futuro anti-infallibilista al Vaticano I. Il Losana, amico di Quintino Sella, avrebbe anche fondato la “Cassa di Risparmio” e un istituto per l’educazione femminile. Dalla “Società per l’avanzamento delle arti, dei mestieri e dell’agricoltura” fu promossa, nello stesso 1838, una “Scuola d’arti e mestieri” con insegnamento di aritmetica, geometria e nozioni di costruzioni e meccanica, che fu, secondo alcuni, la prima scuola industriale d’Italia[25]. L’opera di mons. Losana fu molto incisiva. Furono inoltre legati a lui quei sacerdoti biellesi che operarono anche a Torino, esprimendo una linea pastorale distinta sia dalla spiritualità filogesuitica del Convitto Ecclesiastico (e dalle posizioni intransigenti del vescovo di Torino mons. Fransoni) sia dalle prospettive di azione di don Bosco.
Gli indirizzi moderatamente innovativi del periodo albertino si rafforzarono quando nel 1840 divenne presidente del Magistrato della Riforma il vescovo di Alessandria Dionigi Andrea Pasio. Nel 1844, nonostante l’opposizione di Fransoni e del Nunzio pontificio, Ferrante Aporti tenne un corso di metodo all’università torinese, che fu frequentato da molti ecclesiastici e incontrò il favore di mons. Losana. Questo corso incrinò i rapporti tra il re e il vescovo di Torino e costrinse mons. Pasio alle dimissioni. Il suo posto fu preso allora da Cesare Alfieri di Sostegno, che era stato presidente dell’Associazione agraria e che, tra il 1844 e il 1847, promosse scuole professionali per l’agricoltura a Mortara, Savigliano, Mondovì, Vercelli, Asti e Valenza, trovando comprensione e appoggio in un altro autorevole membro dell’Associazione agraria, Camillo Cavour. L’Alfieri favorì pure l’iniziativa dell’ing. Carlo Ignazio Giulio che organizzò per operai a Torino, nel 1845, un corso di chimica e di meccanica applicata alle arti. Nel 1847, per incarico del governo, Giulio si recò a Londra a studiare le scuole tecniche.
Il periodo albertino vide anche la formazione e le prime iniziative di don Giovanni Cocchi, il quale, ordinato sacerdote nel 1836, fu – l’anno dopo – destinato come vice curato alla parrocchia dell’Annunziata e subì dunque l’influenza del suo parroco, il teologo Luigi Fantini. Dopo essere stato per qualche mese a Roma nel 1839, don Cocchi fondò, com’è noto, nel 1840 il primo oratorio torinese, l’Oratorio dell’Angelo Custode, per i ragazzi poveri della parrocchia. Tale istituzione, che ebbe pure donazioni private da parte, tra gli altri, di Petitti e di Sclopis, era abbastanza innovativa nell’ambito torinese, introducendo attività teatrali e ginniche. Vi dovevano circolare pure gli ideali di cattolicesimo moderatamente liberale, tipici del periodo albertino. Il primo biografo del Cocchi, Eugenio Reffo, scrive: “Nel 1849, nelle agitazioni politiche e i rumori di guerra, alcuni fra i giovanetti più grandicelli dell’Oratorio aggiunsero all’esercizio della ginnastica quello del maneggio del fucile: essi se ne erano procurati alcuni vecchi disusati a pietra focaia. Quindi, ansiosi di passare dalle manovre ai fatti e misurarsi col nemico, domandarono e ottennero di marciare alle patrie battaglie. Furono presto delusi i loro sogni giovanili: dopo alcuni giorni di cammino appresero la rotta dell’esercito sotto Novara, e tornarono indietro alla rinfusa, costretti a soffrire per via la fame e gli stenti di ogni fatta”[26]. Queste posizioni filo-liberali alienarono a don Cocchi le simpatie del vescovo di Torino Fransoni. Dopo un periodo di sospensione l’Oratorio dell’Angelo Custode fu affidato a don Bosco. Cominciava così ad emergere, insieme, l’affinità e la diversità tra la linea spirituale e operativa di don Bosco e quella che da don Cocchi, attraverso Berizzi, sarebbe giunta al Murialdo.
Tra le due posizioni vi erano in effetti sensibilità e motivi comuni, riconducibili al riferimento all’esperienza lazzarista. Nel 1850 si fondò infatti in Torino una Società di ecclesiastici, che prese il nome di S. Vincenzo de’ Paoli e che organizzava settimanalmente conferenze spirituali nella chiesa del Cottolengo, alle quali si aggiungevano altre adunanze di studio e di confronto presso il Seminario. Della Società facevano parte tanto don Cocchi quanto don Bosco, ma anche Cafasso, Borel, Anglesio (successore del Cottolengo nel governo della Piccola Casa), Durando (superiore dei Lazzaristi), Vogliotti (rettore del seminario), Francesco Barone. Segretario era Roberto Murialdo, che associò all’apostolato promosso dalla Società il cugino Leonardo[27].
Partendo da questa sensibilità comune che connotava una vocazione caritativa e sociale rivolta alle situazioni di povertà e di disagio, si sviluppavano poi prospettive diversificate. L’attenzione ‘vincenziana’ verso l’evangelizzazione e la promozione umana dei ceti subalterni distingueva don Bosco da forme educative gesuitiche, anche dirette al popolo (come erano, per esempio, gli scritti di p. Antonio Bresciani), tuttavia nella sua formazione, nella sua spiritualità e nella sua stessa concezione della carità “preventiva” un’influenza decisiva era stata quella del filo-gesuitismo del Convitto Ecclesiastico di Guala e Cafasso. Abbandonando, dopo il 1849, le fugaci e superficiali simpatie giobertiane, don Bosco era entrato in contatto con Rosmini (che vedeva in lui un carisma simile a quello del Pavoni): tali rapporti tuttavia non implicavano una condivisione delle idee pedagogiche, filosofiche e spirituali del Roveretano ma rimanevano su un piano, pur significativo, di carità operativa, di collaborazione pratica, di interesse per la congregazione religiosa rosminiana e per le sue attività di apostolato. La caratteristica fondamentale dell’azione di don Bosco era poi data da un suo prevalente pragmatismo: egli fu ostile al liberalismo ma fu pure fedele a Casa Savoia e perciò accettò lo Stato nazionale; mantenne sempre una totale autonomia rispetto alle istituzioni pubbliche e non ambì a “regificare” le sue scuole ma ricercò pure contributi e finanziamenti governativi; condivise l’intransigentismo di mons. Fransoni e degli indirizzi pontifici di Pio IX e di Leone XIII ma mantenne le sue opere e i suoi cooperatori abbastanza esterni se non estranei alla maggiore organizzazione dell’intransigentismo, l’Opera dei Congressi. Il pragmatismo di don Bosco si espresse anche sul piano della sua azione nel campo educativo e dell’istruzione professionale. Da una parte egli tese, per così dire, a misurarsi con i punti alti dello sviluppo industriale e capitalistico, con una sorta di originale adattamento pastorale alle nuove esigenze di apostolato sociale poste dai processi di modernizzazione economico-produttiva. Egli inoltre, con una certa duttilità, ampliò successivamente le sue opere, sfruttando le opportunità che gli si offrivano e allargando il raggio di azione anche a iniziative educative per i ceti medi e alti.
Abbastanza diversa era invece la prospettiva d’azione inaugurata da don Cocchi, a partire dalla fondazione nel 1849 del Collegio degli Artigianelli. Nell’Avviso-invito che diede alle stampe il 15 ottobre, firmandolo a nome di una “Società anonima di carità”, don Cocchi scriveva: “Se c’è tempo in cui i Sacerdoti debbono dare buon esempio, ed occuparsi con disinteresse, con zelo, con carità in opere buone, è certamente il presente, quando il Sacerdozio è avvilito e disonorato colle più nere calunnie. Diceva un gran Santo, per risposta a tante ingiurie: Taciamo, e facciamo. A tal fine tratterebbesi di formare una Società di buone persone, e principalmente di Sacerdoti, e Giovani secolari, i quali si prendessero a cuore l’incarico di provvedere ai bisogni dei tanti ragazzi, orfani principalmente, abbandonati che bullicano per Torino, e fanno il disonore della Società civile, e dell’Umanità – dar loro una qualche educazione, provvederli dei mezzi onde avviarli a qualche professione, a qualche mestiere. La Società formerassi di due specie di persone – Socii che pagano, e Socii che vi cooperano della persona”[28]. A questa impostazione e a questo intento, rivolto unicamente ai poveri, don Cocchi e gli Artigianelli rimasero sempre fedeli e non allargarono i loro interessi educativi ad altri ceti. Si può dire che anche don Cocchi cercasse, a suo modo, di confrontarsi con i punti più alti e più moderni dello sviluppo economico ma non per dare risposte pastorali alle dinamiche interne di tali processi quanto piuttosto per rivolgersi alle patologie sociali da essi prodotte, per rispondere ai bisogni di chi era – in forme diverse – marginalizzato, per dinamizzare – con l’istruzione professionale – le aree economiche (come quelle agricole) che divenivano subalterne e per offrire alternative educative e professionali ai giovani dei ceti subalterni urbani, spesso abbandonati a sé stessi e precocemente avviati alla micro-criminalità e comunque in evidente situazione di disagio sociale. Egli inoltre era sensibile alle innovazioni pedagogiche ed era vicino alle correnti cattolico-liberali. L’esperienza degli Artigianelli era vista con freddezza da Fransoni ma era apprezzata da Losana.
Come sviluppo di alcune esigenze postesi nell’articolarsi della vita degli Artigianelli, don Cocchi nel 1852 fondò, con il sostegno economico del senatore Giuseppe Cotta, la colonia agricola di Moncucco. Per questo, prima di avviare l’iniziativa, egli visitò in Francia, in Inghilterra, in Belgio, in Svizzera istituti educativi che potevano fornirgli spunti e suggerimenti. Particolarmente significative furono per lui le esperienze belga e svizzera. Il 3 aprile 1848 era stata promulgata in Belgio una legge che riguardava gli ospizi di mendicità e i riformatori: l’art. 5 stabiliva che, da una parte, gli ospizi di mendicità fossero destinati unicamente agli indigenti adulti e che, dall’altra, si dovessero fondare speciale stabilimenti per i minori di 18 anni, organizzando tali riformatori come scuole professionali agrarie. Con decreto reale dell’8 marzo 1849 furono dunque istituiti due riformatori, l’uno per 500 ragazzi a Ruysselèd nella Fiandra occidentale, l’altro per 300 ragazze nella vicina Beernem. Questi istituti diedero buoni risultati. I ragazzi ricoverati non ricevevano un salario elevato perché il loro lavoro doveva contribuire alle spese del mantenimento della colonia e dell’istruzione. Tuttavia l’accantonamento di risparmi in una cassa di soccorso permetteva di poter fruire di qualche sostanza al momento dell’uscita dal riformatorio. In Svizzera poi, in compagnia di Roberto Murialdo, don Cocchi visitò le fondazioni del Fellenberg. Ritornato a Torino, dunque, il sacerdote piemontese diede inizio, il 22 novembre 1852, alla colonia agricola di Moncucco, nella quale adottò il sistema di Fellenberg, dividendo i ragazzi in due famiglie, guidate da due capi che dovevano tenere le veci del padre[29]. Lo spirito familiare doveva poi rimanere una delle caratteristiche educative delle istituzioni fondate da don Cocchi[30]: fu infatti ripreso e mantenuto vivo da Leonardo Murialdo.
Negli anni ’50, cioè nel “decennio di preparazione” che portò dal Piemonte sabaudo all’Italia unita, si decantarono dunque nell’ambiente subalpino tre aree culturali e socio-politiche, in modi diversi interessate all’istruzione popolare. C’era l’ambito dei cattolici fedeli alla Statuto albertino, cioè costituzionali se non liberali, vicini ai vescovi Losana, Renaldi e Fantini e alla pedagogia rosminiana. C’era poi la personalità politicamente centrale del Cavour, il cui interesse per questi problemi è dimostrato tra l’altro dalla lettera che nel 1850 scrisse al direttore della scuola commerciale di Nizza: “L’educazione professionale è uno dei primi bisogni dei nostri tempi e uno di quelli, ai quali purtroppo si è meno provveduto in Italia. L’eccesso di educazione classica è causa di un difetto di equilibrio morale, che produce le conseguenze più dannose. Invece di educare la massa degli uomini con l’intendimento di farne abili produttori, in grado di esercitare le numerose mansioni, che l’agricoltura, l’industria e il commercio offrono alle classi medie della società e alle superiori, si è lavorato sin qui a farne dei letterati o dottori o retori. Io non esito a dire che questo dissidio tra i bisogni sociali e il sistema educativo, che abbiamo ereditato dai padri, è una delle cause essenziali del disordine morale che affligge diverse nazioni, che stanno alla testa della civiltà”[31]. Vi era infine una terza sensibilità che cominciava allora ad emergere e che era espressione delle prime forme organizzative del movimento operaio. Nel 1853 il primo congresso delle società di mutuo soccorso che si tenne ad Asti discusse il tema “quale istruzione convenga agli operai e quali mezzi più acconci per conseguirla” e deliberò “di richiedere l’istituzione di scuole serali e domenicali, di sancire nel regolamento di ogni società l’obbligo per ogni socio di frequentarle, di presentare petizioni al Parlamento, al governo e ai municipi per l’estensione dell’istruzione elementare”[32]. Nel successivo secondo congresso, tenutosi sempre ad Asti, nel novembre 1854, fu approvata una petizione ai Parlamentari subalpini che affermava: “L’istruzione, o signori, che noi vi domandiamo di istituire si è la tecnica elementare agricola, industriale e commerciale”[33]. Si può dire che l’opera di don Cocchi si muoveva tra le due prime sensibilità, la cattolica e la liberale, pur con una viva e partecipe attenzione ai problemi dei ceti popolari. Solo successivamente, col Murialdo, l’accento fu spostato a raccogliere istanze che provenivano dal mondo operaio.
Decisiva e fondamentale fu, comunque, la creazione nel 1850 della “Società anonima di Carità in Torino pei poveri giovani abbandonati”, da essa dovevano dipendere il Collegio degli Artigianelli e, successivamente, la Colonia agricola di Moncucco. I promotori della Società erano quattordici, primo fra tutti don Cocchi, che ne chiese l’approvazione ecclesiastica all’arcivescovo di Torino, ottenendo però una risposta negativa. Questa freddezza ostile di mons. Fransoni non sorprende se si considera che alla Direzione Superiore della Società erano stati chiamati Annibale di Saluzzo, Amedeo Peyron, Gustavo di Cavour e Felice Parato. Era evidente la vicinanza dell’area per così dire ‘aportiana’, filorosminiana e di moderato liberalismo. Il Regolamento generale stabiliva: “Questa Società ha per iscopo di andar in soccorso di tutti quei poveri giovani cenciosi, che passeggiano ed ingombrano le vie e le piazze della città, orfani, ed abbandonati, o male assistiti dai proprii parenti, e di provveder loro, sì per l’anima che per il corpo, nel miglior modo che fia possibile secondo la cristiana carità” (art. 2). La Società si proponeva dunque di accogliere i poveri giovani in una casa, “di somministrar loro, per tutto quel tempo che ne avranno maggior bisogno, alloggio, vitto, vestito, e cristiana educazione; ed intanto cercherà di allogarli presso qualche onesto padrone in qualità d’apprendisti, o di garzoni, secondo la propria capacità, e farà con questo per i medesimi quelle condizioni e quei patti, che farebbe un buon padre, ed una buona madre di famiglia per il proprio figliuolo: quest’incombenza spetterà al Rettore della casa” (art. 3). Inoltre, terminato il tirocinio professionale e trovata occupazione in un’azienda, “il giovane, fin allora ricoverato, protetto e soccorso gratis dalla Società, potrà, se lo chiede, continuar a dimorare nella casa di carità, e far parte della adottiva famiglia della Società; dovrà però sul suo guadagno corrispondere alla casa quella piccola contribuzione, che dall’amministrazione sarà giudicata equa e conveniente, perché esso non sia di ulteriore peso alla medesima” (art. 4).
Il 5 novembre 1852, dopo la morte di Annibale di Saluzzo, fu eletto presidente della Società l’abate Amedeo Peyron, l’insigne filologo e orientalista di fama mondiale, che aveva collaborato con Cesare Alfieri nel Magistrato della Riforma e aveva sostenuto l’indirizzo aportiano, stimando oscurantista e retriva la posizione di mons. Fransoni. Peyron era amico di Losana e di Fantini e forse proprio tramite loro si avvicinò alla Società di Carità. Pur non essendo favorevole ai gesuiti, in quegli anni Peyron era andato sviluppando una critica al Bon Compagni, in particolare a proposito dei programmi di studio introdotti nelle scuole: su questo argomento aveva scritto nel 1851 un opuscolo[34] che era piaciuto alla “Civiltà Cattolica” ma anche al Rosmini, col quale da qualche anno Peyron era in contatto. Nello stesso tempo l’illustre studioso piemontese aveva accentuato la sua opposizione verso Cavour e verso gli indirizzi della Camera subalpina (tale opposizione, peraltro, già fin dal 1849 aveva portato alle sue dimissioni dal Senato e dall’Università). L’autorevolezza del Presidente favorì certamente l’approvazione ufficiale del Regolamento della Società di Carità che si ebbe col Regio Decreto 18 dicembre 1853, il quale riconosceva come fondatori don Cocchi, Roberto Murialdo, Giacinto Tasca e Antonio Bosio. Tuttavia le amarezze e i contrasti di quegli anni, facevano ripiegare Peyron su un anti-cavourismo che aveva dei risvolti conservatori sul piano scolastico ed educativo e che si rifletteva anche nell’opera degli Artigianelli. A proposito di questa, nel 1854 Peyron affermava: “l’istruzione prosegue ad essere limitata sino a quel grado che basti per soddisfare ai più urgenti bisogni di un artigiano. Noi non la spingiamo troppo oltre, sì perché l’esagerare non è progresso ma sintomo di decadimento, e sì perché ricusiamo di formare uomini i quali, spinti in alto dall’orgoglio di un’istruzione soverchia e ricacciati in basso dalla dura necessità, incapaci così di salire e di scendere, riescono infelici e ridicoli”[35]. Queste posizioni erano tuttavia già superate negli ambienti cattolico-liberali e probabilmente non trovavano grande favore né in don Cocchi né in Giacinto Tasca e in Pier Giuseppe Berizzi che dirigevano il Collegio degli Artigianelli. Probabilmente per questo, oltre che per motivi di salute, il Peyron si dimise dalla Presidenza nel 1857. Significativamente fu chiamato a succedergli, nel 1858, il Rayneri che rappresentava appunto le tendenze più aperte e la pedagogia rosminiana.
Rayneri fece della Direzione Superiore il cervello pedagogico e amministrativo dell’Associazione di Carità, nei quasi dieci anni della sua presidenza cioè fino alla morte nel 1867[36]. Già dal 1859, dunque, si chiariva che mentre prima, con Peyron, “il tempo dello studio riusciva scarso ed interrotto e troppo facilmente si perdeva”, ora la parte dedicata agli studi era stata raddoppiata e migliorata: “La grammatica, la calligrafia o almeno la facile scrittura, l’istruzione morale e religiosa, e specialmente l’aritmetica, sono portate a tal grado che per giovani artisti debbono essere sufficienti. Oltre ciò da alcun tempo si è aggiunto qualche esercizio di disegno e già si è provveduto che nel prossimo anno e nei seguenti, oltre alla parte pratica, anche quei principi teorici vi si aggiungano che ne sono più indispensabili: e con ciò non rimane molto più, per questo lato, a desiderare”[37].
Con la presidenza Rayneri la Direzione Superiore diede all’Associazione di Carità le linee strategiche fondamentali. Per un chiaro e fermo controllo dell’amministrazione, volle che lo stesso don Cocchi fosse affiancato da un maestro che tenesse i conti. Il profilo pedagogico fu messo a fuoco sia puntando sull’istruzione professionale e non, come suggeriva don Cocchi, su un modello superiore, quasi politecnico, sia scegliendo di preparare artigiani e non operai per la grande industria. I processi tecnici e produttivi della grande manifattura meccanizzata furono rifiutati perché “non servono all’educazione, né procacciano per gli alunni né un’arte loro propria ed utile, né un mezzo abbastanza sicuro per campare onestamente la vita. Pertanto nessun guadagno sperato […] non c’indurrebbe mai a sacrificare quasi strumenti e parti macchinali a tali meccaniche officine i nostri giovani: temeremmo che il loro ingegno non si svolgesse e che la mano non si addestrasse che ad un solo servizio, e guai per loro se un dì quella industria venisse a scemare o a cadere! Avremmo fatto null’altro che poveri disgraziati”[38].
Nel 1861 ci fu la posa della prima pietra della nuova sede del Collegio in via Palestro (la costruzione fu poi conclusa nel 1863): vi intervenne l’erede al trono il Principe Umberto, il Duca Amedeo di Aosta e altre autorità militari e civili, tra le quali lo Sclopis, vicepresidente del Senato. Benedisse la prima pietra mons. Losana. In quel momento la Direzione Superiore era formata da Rayneri, presidente, dal conte Amedeo Chiavarina di Rubiana, dal prof. Francesco Barone, filorosminiano, dal prof. Carlo Facelli. Tra gli azionisti annuali, oltre a re Vittorio Emanuele II, vi erano Leonardo Murialdo (che era azionista fin dal 1852), Pietro Baricco, Domenico Berti, p. Felice Carpignano, preposto dei Filippini, mons. Losana, vescovo di Biella, mons. Nazari di Calabiana, vescovo di Casale, Davide Riccardi, canonico della cattedrale di Biella, il canonico Magnani, sempre di Biella, Roberto D’Azeglio, Alessandro Vogliotti, Giuseppe Parato, ma anche Pietro Marietti e Stanislao Schiapparelli.
Molto rilevante fu, in questo periodo, il contributo del sacerdote biellese Pier Giuseppe Berizzi, dal 1852 coadiutore nella direzione del Collegio Artigianelli. Egli, infatti, dalla sua lunga esperienza di collaborazione con i Fratelli delle Scuole Cristiane, aveva tratto una buona conoscenza degli indirizzi lassalliani che cercò poi di adattare all’esperienza degli Artigianelli. Per suo impulso furono avviati dal 1856 i primi laboratori interni. Ma fu soprattutto decisiva la sua determinazione nel promuovere, nel 1864, un gruppo di allievi-maestri, sulla scorta dell’esperienza lassalliana[39]. Gli allievi-maestri e i coadiutori sarebbero confluiti poi nella Confraternita di San Giuseppe.
L’importante periodo della presidenza Rayneri, in una forte ed esplicita fedeltà agli intenti originari dell’Associazione[40], pose dei saldi fondamenti pedagogici e strutturali. Tuttavia questa azione incisiva provocò una serie di contrasti con i fondatori: la Direzione si lamentava perché don Cocchi trattava personalmente con il governo, scavalcandola; don Cocchi non vedeva sempre accolti i suoi disegni; Berizzi, gradito e stimato dalla Direzione, entrava in urto con due dei fondatori, Tasca e Bosio. Inoltre il notevole peso finanziario, con l’esposizione a spese non sempre coperte, destava preoccupazione. Ma proprio queste difficoltà preparavano una svolta decisiva che si realizzò quando nel 1866 Berizzi dovette lasciare gli Artigianelli perché mons. Losana lo richiamava a Biella come canonico. Berizzi pose come condizione del suo abbandono che gli succedesse quale Rettore del Collegio il teologo Leonardo Murialdo.
5. Leonardo Murialdo agli Artigianelli
Leonardo Murialdo era sicuramente la persona più adatta per superare le incomprensioni e i personalismi e rilanciare l’Associazione. Egli era legato a Berizzi da un’amicizia che era nata attraverso la mediazione del Renaldi e già da tempo veniva chiamato da Berizzi stesso agli Artigianelli per confessare i ragazzi. D’altra parte egli era cugino di Roberto Murialdo cioè di uno dei quattro fondatori dell’Associazione di Carità, della quale, come si è visto, era un azionista fin dal 1852. Assumendo, dunque, l’incarico di Rettore degli Artigianelli nel 1866, il Murialdo divenne ben presto la figura-guida, sia per le sue capacità sia per le sue doti di prudenza, di mitezza e di mediazione, ma anche di carattere e di fermezza. Egli cercò subito un’intesa con don Cocchi, il quale dal 1868 era peraltro assorbito dalla fondazione del Riformatorio di Boscomarengo. Per conoscere meglio don Cocchi e i suoi metodi, Murialdo fece con lui nel 1872 un significativo viaggio per l’Italia, visitando stabilimenti educativi che si ispiravano a don Cocchi o erano da lui stimati. Anche se negli ultimi anni l’anziano don Cocchi manifestò idee e progetti diversi da quelli del Murialdo e da lui non condivisi, tuttavia tra i due non vi fu mai rottura e non si ebbero neppure asprezze polemiche. Nella reciproca consapevolezza delle diversità, l’uno e l’altro si stimavano profondamente. Se l’esperienza degli Artigianelli, nella sua originalità e nella sua incisività e significatività storica, può essere messa a confronto con quella di don Bosco e dei Salesiani ciò si deve ad entrambe le figure, quella di don Cocchi e quella del Murialdo: non mi pare dunque condivisibile, sul piano della valutazione in sede storiografica, il tentativo operato da alcuni studiosi di sminuire la personalità e di circoscrivere l’importanza di don Cocchi, la cui opera peraltro non è stata ancora approfondita come meriterebbe.
Leonardo Murialdo poté fare emergere i propri disegni per una serie di circostanze a lui favorevoli che si verificarono all’inizio della sua direzione. Dopo un breve periodo di co-gestione, infatti, Berizzi si ritirò definitivamente. Nel 1867 morì Rayneri e il Murialdo poté ben presto contare su un buon accordo con la Direzione Superiore dell’Associazione di Carità, della quale divenne segretario suo nipote l’ing. Carlo Peretti. Nel 1871 inoltre divenne arcivescovo di Torino il Gastaldi che vide con favore l’opera degli Artigianelli e sostenne sempre il Murialdo. Gastaldi, com’è noto, era un acceso rosminiano e non gli poteva sfuggire l’impronta pedagogica data dal Rayneri, anche se talvolta i libri di testo utilizzati nel Collegio non erano di indirizzo rosminiano[41]. Gastaldi, inoltre, era sì rosminiano ma non (come molti rosminiani di quegli anni) liberale conservatore, vedeva anzi come urgente e necessario l’apostolato sociale. Fu appunto Gastaldi a istituire, sul piano diocesano, con il decreto del 24 febbraio 1875, la Congregazione di San Giuseppe, alla quale Murialdo aveva dato vita due anni prima. Del resto l’Arcivescovo vide con favore e sostenne l’Unione degli Operai Cattolici, che aveva in Murialdo uno dei promotori: egli raccomandò anzi la diffusione di tali società operaie cattoliche sia nel sinodo diocesano del 1873 sia nella lettera pastorale del 5 ottobre dello stesso anno. Si può dire dunque che tra Gastaldi e Murialdo vi fosse una perfetta sintonia e che anzi Murialdo costituisca quasi l’incarnazione ideale degli indirizzi pastorali gastaldiani. Con il successore, il card. Alimonda, i cui scritti erano apprezzati da don Cocchi, l’intesa non fu così profonda. Per questo marchio gastaldiano Murialdo e i Giuseppini furono visti, com’è noto, in qualche caso con diffidenza: si temeva che fossero portatori di rosminianesimo e ciò, in particolare, dopo il decreto Post-obitum (che condannava quaranta proposizioni estratte dalle opere di Rosmini), era quasi sinonimo di eresia. Naturalmente erano timori infondati: non vi era nell’esperienza degli Artigianelli un rosminianesimo positivo e militante, come in Gastaldi. Vi erano però la chiara traccia e l’eredità sicura del movimento pedagogico piemontese filorosminiano: vi era cioè un rosminianesimo ‘passivo’ che tuttavia con Murialdo si apriva ai nuovi e veri problemi storici e sociali del tempo.
Divenuto, dunque, Rettore degli Artigianelli nel 1866, Leonardo Murialdo, con intelligenza, tenne a sottolineare tutti i tratti di continuità con la precedente gestione, valorizzandone ogni aspetto che gli sembrasse di poter condividere[42]. Egli comunque impresse immediatamente la sua personale impronta dando al Collegio degli Artigianelli nel 1867-68 un nuovo Regolamento. Esso affermava: “Il Collegio degli Artigianelli è una Casa dipendente dall’Associazione di Carità a pro dei giovani orfani od abbandonati e porge coi mezzi che questa gli fornisce un’educazione religiosa, intellettuale ed artistica a giovani poveri, orfani od abbandonati per farne buoni cristiani ed abili operai” (art. 1). Proprio per la natura del suo fine, dunque, il Collegio si doveva informare “ai principi di cristiana carità, senza ombra di gloria o di terreno interesse” (art. 2) e tale carità pertanto doveva unire tutti i membri “prima con Dio e poscia, conseguentemente, fra di loro” (art. 3). Perciò il Regolamento voleva che “regni anzitutto in ognuno un vero spirito di pietà, e per questo operi ognuno cercando in ogni cosa la maggior gloria di Dio” (art. 4). Veniva pertanto proposto come modello esemplare per tutti, educatori ed educandi, “Gesù, il primo e il più santo artigianello” (art. 5) e si ribadiva che doveva “regnare fra tutti un sincero amore vicendevole, per cui ognuno sopporti con carità i difetti altrui; i Superiori siano umili cogli inferiori e questi rispettosi ed ubbidienti con quelli” (art. 10)[43].
Sulla base di questi presupposti, il Murialdo conseguì risultati importanti anche sul piano dell’istruzione professionale. Nel 1879 l’ing. Peretti, segretario della Direzione, scriveva: “Riguardo all’istruzione professionale questa viene impartita in otto distinti laboratori di: scultori in legno, tipografi, litografi, legatori da libri, calzolai, sarti, falegnami e stipettai, fabbri ferrai; i quali dipendono tutti direttamente dall’Amministrazione della casa e vengono per conto di questa esercitati. In questi laboratori si eseguiscono, oltre i lavori necessari per la casa, lavori per gli esterni e di commissione, onde i giovani prendono conoscenza di tutti quei generi che dovranno poi eseguire usciti che sieno dall’Istituto. […] Riguardo poi al numero dei giovani che frequentano i diversi laboratori, si può in media ritenere il seguente: scultori in legno 6; tipografi 28; litografi 11; legatori da libri 24; calzolai 31; sarti 14; falegnami e stipettai 126; fabbri ferrai 8. Classe dei giovani che frequentano solamente le scuole 32”[44]. A proposito poi dei laboratori e delle dotazioni di macchinari tecnologicamente avanzati, lo stesso Murialdo, nella sua relazione sugli anni 1877-1882, affermava: “Si ampliarono notevolmente i locali per i laboratori. La tipografia venne arricchita di due nuovi torchi, di una macchina litografica e di altre macchine minori. Di varii nuovi torchi e macchine venne pure fornito il laboratorio dei legatori di libri; e quello dei legnaioli di una sega meccanica. A motore poi delle varie macchine litografiche, tipografiche e altre, venne impiantato un motore a gaz, costrutto secondo i recenti perfezionamenti”[45].
Per quanto riguarda l’organizzazione scolastica, l’ing. Peretti nel 1879 scriveva: “Il personale tecnico è scelto fra persone dell’arte interne all’Istituto o stipendiati, le quali distinte per abilità sieno anche di sani principii e di proba condotta, in modo che ammaestrando i giovani nelle singole arti, sieno anche di aiuto nella loro buona educazione. Per lo stipendio di questi capi d’arte, l’Amministrazione spende annualmente Lire 11.000. I giovani vengono ammessi nei laboratori verso l’età di dodici anni, quando cioè, dopo avere ricevuto una sufficiente cultura elementare ed un adatto sviluppo del corpo, possono attendere senza danno ai lavori. Si lascia possibilmente ai giovani la libertà della scelta del mestiere, come anche nel primo anno del tirocinio la facoltà di cangiarlo. Il tirocinio dura ordinariamente sino ai 19 anni, e prima di quest’età non si permette l’uscita del giovane se prima non si è persuasi che abbia sufficientemente imparata l’arte sua, in modo da guadagnarsi col suo lavoro onestamente la vita. Onde eccitare i giovani al lavoro si stabiliscono a titolo di menzioni per diligenza, per operosità nel lavoro piccoli assegni pecuniari, i quali però si tendono in fondo di riserva e si danno ai giovani alla loro uscita, onde possano sopperire alle prime spese del loro collocamento. I giovani stanno in laboratorio in media dalle 9 alle 10 ore al giorno, secondo le stagioni, sotto la direzione del capo d’arte e la sorveglianza di speciali assistenti, i quali mantengono la disciplina ed il silenzio, coll’aiuto del capo laboratorio, scelto fra i giovani più meritevoli”[46].
Attorno al 1882, grazie all’opera del Murialdo, l’Associazione di Carità poteva presentare un insieme di istituzioni educative che rappresentavano un complesso globale organico. A parte il riformatorio di Boscomarengo, avviato da don Cocchi nel 1868 ma che nel 1884 sarebbe stato chiuso, si avevano quattro opere per un ciclo educativo completo dei ragazzi indigenti: l’Istituto San Giuseppe di Volvera (con 42 ragazzi) per l’istruzione elementare; il Collegio degli Artigianelli di Torino (con oltre 200 ragazzi) per la formazione professionale tecnico-artigiana; la Colonia agricola di Bruere, presso Rivoli (con circa 50 ragazzi) per la formazione professionale agraria; la Casa-Famiglia per giovani operai (con 52 ospiti) che era di sostengo nel periodo di inserimento nel mondo del lavoro.
Con don Cocchi, prima, e, soprattutto, poi, con Leonardo Murialdo, si può dire che il processo storico che abbiamo delineato trovi una sua espressione organica e matura.
Ormai, dunque, si moltiplicavano iniziative religiose a carattere educativo che si denominavano Artigianelli, perché si dedicavano alla formazione professionale dei fanciulli orfani o abbandonati o comunque poveri.
Antesignano e capostipite si deve considerare, ovviamente, come si è visto, il Collegio degli Artigianelli, fondato a Torino da don Giovanni Cocchi nel 1849 e dal 1866 retto da Leonardo Murialdo, il quale nel 1873 diede vita alla Congregazione Giuseppina. Subito accanto a questa esperienza va segnalata la ricostruzione della Congregazione pavoniana, dopo la dispersione del 1866, a partire dalla fondazione dell’Istituto Artigianelli di Milano nel 1870 e ampliandosi successivamente a Monza (1872), a Trento (1882) e a Pavia (1892)[47]. Pure con l’intenzione di riprendere il “carisma” di Pavoni fu avviato a Brescia nel 1866 un Istituto Artigianelli, da mons. Pietro Capretti e da Giovanni Piamarta, il quale avrebbe in seguito fondato la Congregazione religiosa della “S. Famiglia di Nazareth” e dato vita, con la collaborazione di mons. Giovanni Bonsignori, noto agronomo, alla colonia agricola di Remedello.
Altre istituzioni a carattere locale vanno ancora ricordate: il Collegio degli Artigianelli di Genova fondato da don Francesco Montebruno sull’esempio di don Cocchi; l’Istituto Artigianelli di Cesena, aperto nel 1881 dal canonico Giuseppe Lugaresi e successivamente continuato dai Giuseppini del Murialdo; le iniziative del padre Luigi Maria Monti di Saronno, fondatore della Congregazione dell’Immacolata Concezione. E accanto a queste esperienze, dunque, ritroviamo pure il Pio Istituto Artigianelli di Reggio Emilia, istituito da don Zefirino Jodi.
A questo vasto e multiforme arcipelago di Artigianelli vanno infine accostate due esperienze per molti versi affini. Nel Mezzogiorno d’Italia, infatti, vi era l’entusiasta ma disordinata e non sempre solida opera di Lodovico da Casoria, denominata degli Accattoncelli: nel 1884 essa comprendeva circa quaranta tra orfanotrofi, convitti, scuole di arti e mestieri, prevalentemente in Campania. Lodovico da Casoria aveva anche fondato la Congregazione dei Bigi. Da Torino si era invece sempre più sviluppata l’opera di don Bosco e della Congregazione salesiana: nel 1888 i suoi istituti professionali nel mondo erano 15; nel 1910 sarebbero stati 70, di cui 20 in Italia.
[1] Si veda il testo del discorso di Paolo VI in http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/homilies/1963/documents/hf_p-vi_hom_19631103.html.
[2] Cfr. Della beneficenza presso i cattolici, in “L’Amico Cattolico”, I (1841), 1/V, marzo, pp. 161-172.
[3] Cfr. F. De Giorgi, Rosmini e il suo tempo. L’educazione dell’uomo moderno tra riforma della filosofia e rinnovamento della Chiesa (1797-1833), Brescia 2003.
[4] Per la situazione complessiva della congregazione filippina nell’Ottocento cfr. F. De Giorgi, La spiritualità dell’Oratorio nell’Ottocento, in F. Bolgiani – G.F. Gauna – A. Gobbo – G. Goi (a cura di), Oratorio e laboratorio. L’intuizione di san Filippo Neri e la figura di Sebastiano Valfré, Bologna 2008, pp. 105-181.
[5] Biografia del P. Giacomo Micovich d. O. di Brescia, in Opuscoli religiosi, letterarj e morali, t. XI, Modena 1862, p. 112.
[6] Archivio diocesano Brescia, Corrispondenze particolari, 1828: lettera del can. Lodovico Pavoni a d. Faustino Duina (Brescia 15 luglio 1828) in cui si elencano i libri donati da don Luca Passi (Pavoni scriveva Pazzi) “per uso de Giovani del mio Oratorio, che servir devono per stabilire una Biblioteca perpetua”.
[7] Cfr. R. Cantù, Lodovico Pavoni “editore cattolico”, in “Brixia Sacra”, s. 3, 9 (2004), 3-4, pp. 251-274.
[8] Cfr. F. De Giorgi, La scienza del cuore. Spiritualità e cultura religiosa in Antonio Rosmini, Bologna 1995. E, ovviamente, si veda: A. Rosmini, Lo Spirito di S. Filippo Neri, a cura di F. De Giorgi, Brescia 1996.
[9] J.M. De Gérando, De la Bienfaisance Publique, Paris, Jules Renouard et C., 1839, t. II, p. 561.
[10] Nel numero di Aprile-Giugno 1839, pp. 197-233.
[11] Ibid., p. 231.
[12] L. Murialdo, Scritti, 5/5, Conferenze varie, Roma 1998, p. 144.
[13] Ibid., pp. 144-145.
[14] Cfr. P.M. Tentorio, S. Girolamo Emiliani primo fondatore delle scuole professionali in Italia, Genova 1976.
[15] Cfr. C. Pancera, Educare nel lavoro, educare al lavoro, in E. Becchi (a cura di), Storia dell’educazione, Firenze 1987, pp. 89-106.
[16] Cfr. E. Becchi (a cura di), Pestalozzi: popolo, lavoro, educazione, Firenze 1974.
[17] Cfr. F.M.L. Naville, De l’éducation publique considérée dans ses rapports avec le développement des facultés, la marche progressive de la civilisation et les besoins actuels de la France, Paris [1832], 18332.
[18] Cfr. C. Pancera, Momenti di storia dell’istituto educativo di Ph. E. von Fellenberg, in “I Problemi della Pedagogia”, (1980), v. 1-2, pp. 453-464.
[19] Nella Biblioteca Queriniana di Brescia si conservano: E. Fellemberg, Vues relatives à l’agriculture de la Suisse et aux moyens de la perfectionner, Traduit de l’allemand par C. Pictet, Genève 1808; Heer, Rapport à Son Excellence le Landamman et à la Diète des 19 cantons de la Suisse sur les établissements agricules de M. Fellemberg, Genève 1808.
[20] Cfr. I. Imberciadori, Sulle origini dell’istruzione agraria in Toscana, in “Economia e storia”, (1961), n. 1.
[21] Cfr. G. Chiosso, La gioventù «povera e abbandonata» a Torino nell’Ottocento. Il caso degli allievi-artigiani della Mendicità Istruita (1818-1861), in J. M. Prellezo (a cura di), L’impegno di educare. Studi in onore di Pietro Braido, Roma 1991, pp. 375-402. Ma sempre utile C. Carrera, Brevi cenni sulla R. Opera della Mendicità Istruita in Torino dalla sua origine fino all’anno 1878, Torino 1878.
[22] Cfr. C. Verri, I Fratelli delle Scuole Cristiane e la storia della scuola in Piemonte (1829-1858). Contributo alla storia della pedagogia del Risorgimento, Erba 1936; U. Cremonesi, I Fratelli entrano nelle scuole comunali inferiori di Torino, in “Rivista Lassalliana”, (1978), 1, pp. 19-51; Id., I Fratelli nelle scuole comunali di Torino per una scuola popolare gratuita, ibid., 2, pp. 98-136; Id., I Fratelli nelle scuole comunali di Torino. La “Convenzione del 1843”, ibid., 3, pp. 190-203.
[23] Cfr. N. Nada, Roberto D’Azeglio, vol. I: 1790-1846, Roma 1965.
[24] Cfr. G. Chiosso, L’oratorio di Don Bosco e il rinnovamento educativo nel Piemonte carloalbertino, in P. Braido (a cura di), Don Bosco nella Chiesa a servizio dell’umanità. Studi e testimonianze, Roma 1987, pp. 83-116; Id., Educare e istruire a Torino nel primo Ottocento, in L. Pazzaglia (a cura di), Chiesa e prospettive educative tra Restaurazione e Unificazione, Brescia 1994, pp. 201-251; R. S. Di Pol, Chiesa, educazione e scuola in Piemonte, ibid., pp. 253-285.
[25] Cfr. C. Pecorelli, Industria e scuole industriali, Roma 1946, p 189; cfr. anche Id., Le scuole industriali illustrate. I benemeriti dell’istruzione professionale, Roma 1926. Sulla realtà biellese e sul rosminianesimo cfr. A.S. Bessone, Il canonico Pietro Tarino (1852-1899) e l’insegnamento della filosofia tomista nel seminario di Biella, in Aa. Vv., Saggi sulla rinascita del tomismo nel secolo XIX, Città del Vaticano 1974, pp. 312-337.
[26] E. Reffo, Don Cocchi e i suoi artigianelli, Torino 1896, p. 9. Commentava il Reffo: “Ricordiamo questi episodi di puerile entusiasmo, perché alcuni di quegli improvvisati guerrieri riuscirono di poi onorati e valorosi soldati ed ufficiali; e perché si comprenda una volta di più che la Religione non ispegne l’amor della patria e che dal compimento dei doveri cristiani non si disgiunge il vero coraggio”.
[27] Scrive il Reffo: “Fra le opere promosse da questa Società di San Vincenzo de’ Paolo doveva avere un posto segnalato quella dei catechismi ai poveri carcerati, che si iniziarono nelle carceri correzionali e nella «Generala», ospizio di tanti discoli giovanetti; ed è a questo santo ministero che venne associato il nostro Servo di Dio [Leonardo Murialdo], avendo egli cominciato a dar mano al suo amato cugino [Roberto Murialdo] per tradurre in azione le buone proposte dei sacerdoti più anziani. Egli vi si recava ogni giovedì insieme ad altri sacerdoti, e colà catechizzava pazientemente e consolava quei poveri prigionieri”. (E. Reffo, Vita di San Leonardo Murialdo, rettore degli Artigianelli di Torino, Sacerdote e Fondatore della Congregazione di San Giuseppe, Roma 19646, p. 22).
[28] Cit. in Reffo, Don Cocchi e i suoi artigianelli, cit., pp. 10-11.
[29] Ibid., p. 21.
[30] Ibid., p. 22.
[31] Cit. in G. Castelli, L’istruzione professionale in Italia, Milano 1915, p. 40.
[32] Cit. in G. Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi (1853-1892), Roma 1953, p. 43. Cfr. anche A. Bonifazi – G. Salvarani, Dalla parte dei lavoratori, I, Milano 1976.
[33] Cit. in G. Limiti, L’istruzione tecnica nella legge Casati, in “Problemi della pedagogia”, febbraio-marzo 1959.
[34] Cfr. A. Peyron, Dell’Istruzione secondaria in Piemonte, Torino 1851.
[35] Cit. in A. Marengo, Contributi per uno studio su Leonardo Murialdo educatore, Roma 1964, p. 17.
[36] Murialdo, a tre settimane dalla morte del Rayneri, così si espresse sul suo conto: “Non è questo il giorno e non basterebbe il tempo di tessere un condegno elogio di quello modeste, ma altissime virtù, che ornarono l’animo suo, delle preclare doti di mente e d’ingegno, che dalla più umile e povera condizione lo sollevarono ai più alti seggi della torinese Università; e di quanto disse, fece, scrisse per diffondere la verità far trionfare i principi della fede nelle più ardue regioni della scienza e del pubblico insegnamento, per quelle vie che a lui indicavano le sue più intime e più ferme convinzioni. Ma quello che non vuolsi tacere si è quanto si adoprò a vostro vantaggio, o cari giovani, negli anni in cui presiedette l’Associazione di Carità a pro’ dei giovani poveri, orfani ed abbandonati; non solo recandole il tributo del suo senno, della sua attività, del suo amore del bene, ma trovando pure mezzo per sovvenirla più e più volte, benché non ricco, di vistosi sussidi e legando poi a lei in morte un’eredità il cui valore eccede ogni tesoro, chi ponga mente che il più ricco patrimonio di una casa di educazione si è quello di essere tenuta in pregio, apprezzata e reputata degna di appoggio e di sovvenimento da tal uomo, qual si fu Giovanni Antonio Rayneri” (cit. in Marengo, Contributi per uno studio, cit., pp. 13-14).
[37] Ibid., p. 17.
[38] Ibid., p. 18.
[39] Ibid., pp. 30-31.
[40] Nel 1861 si affermava: “L’origine della nostra Opera è noto. Essa non è antica ed è dovuta allo zelo caritatevole di alcuni buoni nostri amici, i quali, dolenti all’incontrare ogni giorno nel loro ministero tanti miseri e pur cari fanciulli non solo affamati, luridi e cenciosi, ma (quel che è più miserando) gittati al mondo da genitori, che, o per morte o per estremo, ora di miseria ed ora eziandio di colpa, gli avevano abbandonati, o, peggio forse, li trascinavano seco sulla via dell’ozio, della corruzione e del delitto, dissero tra sé: «Di costoro che sarà, se non si ha chi pensi a loro? Profonderemo noi pei figli dei patrizii e delle dame cure delicatissime e tesori incalcolabili, e per costoro nulla? E se indi cresceranno guasti di corpo e di animo, e se dai trivi e dalle bische passeranno ai lupanari, agli ospedali e alle carceri, a flagello e a vituperio della società che li abbandona, sarà di essi soli la sventura e la colpa?». E senza più, fidati solamente nella Provvidenza di Dio e nella protezione dei loro concittadini, osarono farsi loro come padri, e cominciarono dall’accoglierne alcuni in poche e misere camerette prese a pigione nel borgo di Vanchiglia, dove trovassero un pane e un tetto, mentre una qualche arte apprendessero nelle esterne officine della città” (Sullo stato del Collegio degli Artigianelli in Torino e della Colonia agricola in Moncucco. Relazione della Direzione superiore dell’Associazione di Carità a pro dei poveri giovani orfani od abbandonati lettasi all’adunanza generale dei Socii addì 12 giugno 1861, Torino 1861, pp. 5-6: nella raccolta Relazioni Collegio Artigianelli, vol. I, 1854-1910, in Archivio Storico del Collegio Artigianelli di Torino).
[41] Cfr. G. Dotta, La nascita del Movimento Cattolico a Torino e l’Opera dei Congressi (1870-1891), Casale Monferrato 1999, p. 210.
[42] Cfr. Marengo, Contributi per uno studio, cit., pp. 32-33.
[43] Ibid., pp. 61-63. Significativo appare pure l’art. 9: “Siccome la carità verso il prossimo è conseguenza della carità verso Dio, sia impegno di ognuno il procurare la salute spirituale de’ suoi soggetti, compagni o superiori, secondo le proprie forze e la propria posizione, colle istruzioni, coi buoni esempi e colle preghiere”. Con l’art. 6 si confermava (e si configurava con precisione) la Congregazione di S. Giuseppe: “A tal fine pure è eretta nel Collegio una Congregazione di S. Giuseppe, con Oratorio proprio e con regole proprie, approvato da Mons. Arcivescovo di Torino, e arricchita di molte indulgenze. Essa si compone di Congregati, ai quali si possono ascrivere quelli che attendono o aspirano ad attendere all’educazione morale, intellettuale od artistica dei giovani artigianelli, e di Affigliati, ne’ quali si ascrivono quelli che, non attendendo al predetto scopo, desiderano professare speciale divozione a S. Giuseppe e godere dei benefizi spirituali della Congregazione”.
[44] Ibid., pp. 91-93.
[45] Ibid., p. 95.
[46] Ibid., p. 92.
[47] Cfr. E. Bandolini, L’Istituto Pavoniano Artigianelli nel contesto dell’impegno sociale dei cattolici di Milano (1870-1943), Milano 1989.
Guido Caselli
L’Emilia-Romagna verso il non ancora inventato
1. I due fili rossi
Emilia-Romagna locomotiva d’Italia è l’immagine che negli anni più recenti è stata orgogliosamente esibita dagli emiliano-romagnoli per sottolineare la maggior competitività del proprio tessuto sociale ed economico rispetto al resto del Paese. Una rappresentazione confermata dai dati di crescita del prodotto interno lordo che da qualche tempo posizionano l’Emilia-Romagna al vertice nazionale, assieme ai compagni di viaggio dell’area Lover, Lombardia e Veneto.
Tuttavia, l’orgoglio del primato è ampiamente offuscato dalla consapevolezza di essere alla testa di un treno che negli ultimi anni ha viaggiato con esasperante lentezza e oggi è prossimo alla fermata. Se si considerano le prime 30 economie mondiali l’Italia negli ultimi cinque anni è tra i 5 Paesi che hanno registrato il tasso di crescita dei PIL più modesto, nei prossimi cinque anni solo il Giappone dovrebbe conseguire un risultato peggiore rispetto a quello italiano.
I primi numeri del 2023 raccontano di un Paese in forte rallentamento in molti settori, anche nell’area Lover la bassa crescita – nella migliore delle ipotesi – è destinata a essere protagonista, in Emilia-Romagna numerose attività appaiono in evidente flessione. L’immagine della locomotiva appare sempre più sbiadita, riprende colore la metafora del treno all’interno del tunnel, l’economia italiana e dell’Emilia-Romagna sembrano essere ripiombate nella sua oscurità, probabilmente senza esserne mai realmente uscite.
E torna d’attualità il consiglio di arredarlo per renderlo confortevole, la permanenza al suo interno durerà ancora a lungo.
Come nei migliori film di suspense, teniamo in sospeso il fotogramma dell’Emilia-Romagna dentro il tunnel impegnata ad arredarlo e ripercorriamo quanto avvenuto prima.
La proiezione della pellicola riprende con un flashback che ci riporta indietro nel tempo, a centocinquanta anni fa quando l’Emilia-Romagna apparteneva al gruppo delle regioni più povere, il prodotto interno lordo per abitante era del cinque per cento inferiore alla media del Paese.
Al termine della Seconda guerra mondiale si ampliò notevolmente il divario tra nord – in particolare il nord ovest – e il sud del Paese, l’Emilia-Romagna e Veneto erano le regioni più povere dell’Italia settentrionale, molto distanti da Lombardia e Piemonte. È nei decenni successivi che prese forma la rimonta emiliano-romagnola, a fine anni Settanta raggiunse la quarta posizione tra le regioni italiane per valore aggiunto per abitante, il 23 per cento sopra la media nazionale, la stessa posizione e lo stesso differenziale che presenta ancora oggi.
I risultati ottenuti dall’Emilia-Romagna sono fortemente connessi alla diffusione del modello distrettuale e, più in generale, alla collaborazione, spesso non formalizzata, di un vasto insieme di piccole e piccolissime imprese con poche società di media e grande dimensione.
La vicinanza di processo e di prodotto fu l’elemento cardine dello sviluppo dei distretti negli anni Sessanta e Settanta, mentre la seconda metà degli anni Settanta e gli anni Ottanta ebbero come elemento aggregante la condivisione di strategie orientate al consumatore. Erano anni in cui le grandi imprese dovevano contrastare la forte crescita del costo del lavoro e affrontare difficoltà legate ai canali distributivi. Contestualmente la crescita del reddito determinava la crisi della produzione standardizzata di massa e la crescita della domanda di beni personalizzati, favorendo così lo sviluppo della piccola impresa che, per flessibilità, meglio si adattava alla nuova domanda. In questi decenni le condizioni del mercato erano tali per cui ciò che veniva prodotto trovava rapida risposta nella domanda, interna ed estera. Alle imprese dell’Emilia-Romagna per assicurarsi elevati livelli di competitività non erano richiesti cambiamenti radicali ma semplici aggiustamenti, quasi sempre individuabili nella qualità del sistema relazionale. Lungo la via Emilia si moltiplicarono le aziende, ciascuna provincia, nella logica di un modello di sviluppo policentrico, divenne luogo di specializzazione produttiva, dalla metallurgia piacentina al mobile imbottito di Forlì, passando per i territori a vocazione agroalimentare, meccanica, ceramica, moda.
Negli anni Novanta la globalizzazione introdusse elementi nuovi nello scenario competitivo. L’emergere di una nuova concorrenza nelle produzioni a basso contenuto tecnologico, l’affermarsi delle tecnologie e l’ampliamento del commercio a nuovi mercati richiesero un salto di qualità nell’organizzazione e nelle strategie di internazionalizzazione.
In Emilia-Romagna le imprese leader svilupparono all’interno nuove attività – ricerca e sviluppo, commercializzazione, management – ridussero in maniera selettiva i sub-fornitori con la creazione di legami privilegiati tra le società capofila e i migliori tra di essi, allargarono i confini del distretto fino a coinvolgere aziende estere. Il venir meno del traino delle imprese più grandi determinò la chiusura di molte piccole aziende. Nella seconda metà degli anni Novanta per la prima volta il numero delle imprese manifatturiere risultò in flessione, circa millecinquecento in meno dal 1995 al 2000, a fronte di diecimila società in più sia nel settore delle costruzioni che dei servizi.
Paradossalmente, gli anni Novanta rappresentano il decennio di maggior crescita del PIL regionale, quelli in cui il treno Emilia-Romagna viaggiò a maggior velocità, ma, al tempo stesso, il periodo nel quale collocare i prodromi della minor competitività. L’economia regionale – analogamente a quanto avvenuto nel resto del Paese – rispose alle difficoltà congiunturali introducendo un effetto “tossico” nelle dinamiche del mercato, la svalutazione della lira (settembre 1992). Il deprezzamento della nostra valuta ha rappresentato una sorta di doping capace di renderci temporaneamente concorrenziali sui mercati esteri, ma ci ha distratto dal perseguire con decisione quelle trasformazioni strutturali necessarie per raggiungere una dimensione competitiva durevole nel tempo. Dal 1990 al 2000 le esportazioni dell’Emilia-Romagna crebbero – in termini reali, quindi al netto dell’inflazione – del 96 per cento, contro il 28 per cento del decennio precedente e il 23 per cento di quello successivo.
Negli anni Duemila l’introduzione dell’euro azzerò di fatto i vantaggi di prezzo della produzione italiana e, in parallelo, cambiarono i fattori che determinavano la competitività delle aree, vale a dire mutarono i rapporti costi/benefici connessi alla localizzazione stessa.
Apparve chiaro come le tradizionali chiavi di lettura fossero inadeguate per interpretare le dinamiche in atto. Archiviato il distretto industriale di tipo tradizionale, si affermò che la dimensione d’impresa non fosse più sufficiente a spiegare la strategia, venne meno il valore esplicativo delle analisi basate sulle suddivisioni settoriali, così come il poco più evoluto concetto di filiera – esaurito il suo compito di spiegare logistica e distribuzione del valore aggiunto per un prodotto – apparve insufficiente per interpretare il funzionamento di un’economia territoriale.
La discussione degli economisti del territorio si concentrò quindi su dimensioni al di fuori di esso: la globalizzazione, l’internazionalizzazione come strumento di crescita o di salvaguardia dei risultati raggiunti nel passato sul mercato interno. Ciò che emergeva era una perdita di coesione dell’intero sistema economico, settori che prima parevano muoversi in maniera sincronica ora apparivano legati a differenti dinamiche di sviluppo che trovano in altre parti del mondo i loro principali moventi.
Non fu solo l’economia a perdere coesione, anche la società si mostrò disunita e smarrita. L’impatto dell’immigrazione, necessaria ma spesso incontrollabile, e il conflitto fra generazioni innescato da squilibri demografici ed economici misero seriamente in discussione il paradigma di benessere elevato e diffuso e il sistema di welfare.
Gli anni che stiamo attraversando amplificano questo senso di smarrimento, ancora oggi la globalizzazione sta trasformando il mondo in un enorme social network annullando di fatto i confini geografici e sostituendoli con una rete di flussi e connessioni. L’avvento del digitale non solo sta ridisegnando totalmente le catene logistiche, le filiere di subfornitura, sta cambiando il concetto stesso del fare impresa. Il treno Italia – e con esso la sua locomotiva Lover – sembra aver deragliato definitivamente dai binari conosciuti, fermo in una galleria che collega il “non più” e il “non ancora”, un tunnel che unisce luoghi visitati ma non più raggiungibili con luoghi ignoti ancora da costruire.
La brevissima navigazione nella storia del sistema territoriale dell’Emilia-Romagna illustra come nel perpetuo processo di metamorfosi strutturale ed organizzativa alla ricerca della competitività vi siano due punti fermi, due fili rossi che ricorrono costantemente.
Il primo filo rosso è che il successo del territorio nel corso dei decenni è sempre correlato alla emersione di imprese leader capaci di orientare sotto il profilo direzionale e strategico l’agire di un gran numero di imprese di minori dimensioni. Le imprese leader ed un sistema di piccole imprese collegate in rete hanno consentito di ovviare alle limitazioni imposte dalla dimensione, hanno dato la possibilità – seppur indirettamente attraverso il legame con le imprese più strutturate – a larga parte delle aziende di essere presenti sui mercati esteri e di essere in prima linea sulla frontiera dell’innovazione. Possiamo leggerlo come una sorta di capitalismo territoriale all’interno del quale alcune imprese assumono una funzione di leadership, facendosi interpreti della proiezione internazionale e dei processi innovativi delle piccole aziende locali.
Il secondo filo rosso riguarda un’altra tipologia di rete, quella sociale. Ripercorrendo l’esperienza dei sistemi locali emerge che si è avuta crescita economica, coesione sociale e qualità della vita elevata dove si è riuscito a creare consenso, dove gli obiettivi e i valori sono stati condivisi. In questi territori si è realizzato un circolo virtuoso tra imprese e cittadini, la competitività delle prime assicurava il benessere sul territorio, l’elevata qualità della vita degli abitanti garantiva le condizioni più favorevoli per la creazione e la condivisione della conoscenza che, a sua volta, alimentava la crescita economica. Un circolo virtuoso completato da una buona amministrazione del territorio ed un sistema di welfare efficiente.
Il vero valore aggiunto del “modello ’Emilia-Romagna” è da ricercarsi nella tenuta del nodo che lega i due fili rossi, una saldatura espressione della diffusione della rete di relazioni formali e informali tra le imprese, le loro forme associative e gli enti locali, ma anche dell’apporto di “esternalità positive” generate dai comportamenti altruistici tra persone, organizzazioni e collettività.
È indubbio che le trasformazioni in atto e, soprattutto, la velocità con la quale stanno avvenendo determinano un allentamento del nodo che stringe i due fili rossi. Si indebolisce la rete che connette le imprese, anche la rete sociale appare sempre meno capace di unire. Interrogarsi sulla tenuta dei fili rossi significa domandarsi quanto sia ancora saldo il rapporto tra territorio e impresa. In passato questo rapporto si è basato su un equilibrio di reciproca convenienza. Per le piccole imprese l’essere in relazione con le medie e grandi società ha costituito il tramite per connettersi con le reti lunghe. Per le società leader il forte legame territoriale e la cooperazione con le imprese del sistema territoriale hanno rappresentato un importante fattore strategico. Il radicamento delle filiere locali fino ad oggi sperimentato deriva dunque non da particolari obblighi sociali delle forme capitalistiche verso il territorio, ma dalla presenza – in questo territorio più che altrove – di altre risorse complementari, quelle legate alla capacità di generare un differenziale competitivo in termini di conoscenze originali ed esclusive.
Se ne conclude che il legame tra capitalismo e territorio – o, se si preferisce, tra i due fili rossi – è stato tanto più stringente quanto è stata maggiore la capacità di far evolvere la componente su cui il territorio può agire direttamente, il capitale della conoscenza.
Ed è esattamente questo, accrescere il capitale della conoscenza, il binario lungo il quale la regione Emilia-Romagna ha indirizzato il proprio treno, muovendosi seguendo strategie ben definite. Innanzitutto, dotandosi di uno strumento per la più ampia condivisione possibile, il Patto per il Lavoro volto al rilancio della crescita e della buona occupazione. Le istituzioni locali, le università, le parti sociali, datoriali e sindacali, le Camere di commercio e il forum del terzo settore, firmatari del Patto, si sono impegnati a collaborare per realizzare strategie, azioni e strumenti capaci di generare sviluppo e una nuova coesione sociale.
Un secondo passaggio riguarda il superamento del policentrismo o, più correttamente, una sua riformulazione in una logica di area vasta o piattaforma produttiva. “Valley” è diventato l’aggregatore territoriale per definire le vocazioni produttive: motor, food, packaging, wellness, fashion, data, tutte parole che seguite dal termine valley vanno a definire perimetri geografici che fuoriescono dai confini amministrativi tradizionali, aree che gravitano attorno a un polo di attrazione da cui parte una complessa e vasta ramificazione. Modena centro dalla motor valley e attrattore di una rete che si muove lungo tutta la via Emilia; oppure la Romagna capitale del wellness, una filiera che parte dalla cura della persona fino ad arrivare al turismo unendo tutte le province romagnole; o ancora la food valley la cui rete connette tutto il territorio regionale.
Il terzo passaggio consiste nel riempire di contenuto i contenitori territoriali, ossia tradurre in azioni concrete e condivise la visione, l’accrescimento della conoscenza. Molto si è fatto sul versante dei tecnopoli e dei centri per l’innovazione, realizzando punti di specializzazione da connettere in una rete che non può che avere dimensione globale.
Si è puntato sulla collaborazione con le università e le imprese per delineare insieme le nuove figure professionali, il nuovo Data centre del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine ubicato a Bologna porta l’Emilia-Romagna al quinto posto al mondo per capacità di calcolo. L’arrivo del nuovo calcolatore consentirà alla comunità di dare vita a nuove iniziative e di rendere sempre più fattiva la collaborazione tra università e imprese.
Molte le azioni intraprese anche sul versante del welfare, i dati più recenti collocano l’Emilia-Romagna tra le regioni con la quota più bassa di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale. Numeri che si aggiungono alla crescita dell’occupazione, a una qualità della vita che continua ad essere elevata.
Ciò nonostante la locomotiva Emilia-Romagna è di nuovo ferma all’interno del tunnel. Sicuramente è troppo il peso da trainare, il treno Italia rappresenta una zavorra che la motrice Lover non è in grado di spostare se dalla carrozza centrale si continua a tirare il freno d’emergenza. Fuor di metafora, è difficile immaginare che le regioni italiane, anche quelle più strutturate, possano essere competitive sullo scenario internazionale se a livello nazionale non verranno prese misure drastiche e cercate soluzioni inedite per colmare i profondi divari che ci separano all’interno del Paese e quelli che ci allontanano dal resto delle economie avanzate.
L’effetto Paese, per quanto decisivo, non può essere individuato come unico colpevole del buio che ci circonda. Se si ingrandisce il fotogramma del tunnel fino ad arrivare al massimo dettaglio ci si accorge che non tutto è fermo come potrebbe apparire ad una prima occhiata, lo zoom mostra persone e imprese che si avviano verso la luce che annuncia l’uscita dalla galleria, altre ancora ne sono già fuori e corrono velocemente verso il “non ancora”.
Lo zoom ci consente di cogliere meglio quanto sta avvenendo e l’analogia con il ciclo di vita di un prodotto, nello specifico del telefono cellulare, può essere d’aiuto nella comprensione. Il cellulare nasce negli anni Settanta su invenzione di un ingegnere della Motorola, Martin Cooper, che si inventò un prodotto veramente innovativo rispetto a quanto offriva il mercato. A metà degli anni Ottanta il cellulare venne messo sul mercato e, un po’ alla volta, iniziò a vendere. Clienti e vendite aumentarono rapidamente, quando un prodotto ha mercato non importa stravolgerlo con innovazioni radicali, è sufficiente apportare piccole migliorie: il modello a conchiglia, la vibrazione, la fotocamera…
Inevitabilmente si arrivò a un punto in cui le vendite non crebbero più, anzi si faticò a mantenere le quote di mercato esistenti. Il mercato era saturo, occorreva un prodotto di discontinuità. Nel 2007 fece il suo ingresso sul mercato l’Iphone, un prodotto veramente innovativo rispetto al cellulare tradizionale. In questo ciclo di vita del cellulare si venne a delineare una curva a forma di S, lenta nella fase iniziale, in rapida crescita nella fase in cui il prodotto vende, stabile o in calo nella fase di maturità.
Anche l’iphone ha seguito (e sta percorrendo) la sua curva ad S, le innovazioni incrementali degli ultimi anni potrebbero non essere sufficienti a mantenere le quote di mercato, aspettiamoci a breve un altro prodotto di discontinuità.
Molte variabili economiche dell’Emilia-Romagna, per esempio il valore aggiunto per abitante, stanno percorrendo la loro curva a forma di S: la crescita del dopoguerra che si impennò negli anni Sessanta e Settanta grazie all’Iphone di allora, la saldatura dei due fili rossi; la tenuta negli anni Ottanta e Novanta attraverso piccoli aggiustamenti per mantenere annodati i due fili; la fase di maturità degli anni Duemila con i fili rossi sempre più sfibrati e allentati.
Ciò che cogliamo dalla visione allargata senza l’utilizzo dello zoom è esattamente questo, un modello che ha esaurito la sua forza propulsiva e sta percorrendo la curva ad S nella sua fase stagnante se non declinante. Se stringiamo l’immagine ci accorgiamo che sovrapposta a questa prima curva se ne sta profilando una seconda la cui inclinazione è ancora lenta, come deve essere per una nuova curva nella sua fase di avvio.
Avvicinando ulteriormente l’inquadratura vediamo la prima curva densamente popolata da imprese e persone che hanno perso slancio, che faticano a rimanere agganciate al mondo che cambia. La seconda curva sta accogliendo nuovi abitanti, rappresentanza di quella parte della società che è in rampa di lancio, che ha saputo intercettare i nuovi driver dello sviluppo e cogliere le tante opportunità che stanno nascendo, che sta traghettando verso il “non ancora”.
Le due curve sono ancora sovrapposte, la parte terminale della prima combacia con quella iniziale della seconda, rendendo difficile distinguere chi abita l’una o l’altra, i filtri con i quali siamo soliti osservare l’economia non consentono di operare una netta separazione.
Spingiamo lo zoom al massimo livello e proviamo a guardare in faccia chi sta correndo lungo la nuova curva verso il “non ancora inventato”.
2. Verso il non ancora inventato
I due terzi degli studenti, quando terminerà il proprio percorso formativo, svolgerà un’attività che non è ancora stata inventata. Non occorre attendere anni per certificare la trasformazione in atto, è sufficiente gettare uno sguardo all’elenco delle attività che sono cresciute di più negli ultimi cinque anni in Emilia-Romagna. Tutti afferiscono al terziario e, in particolare, gravitano attorno ai temi della cura delle persone e della tecnologia, i due grandi driver dell’economia mondiale degli ultimi anni. Ancora meglio se tenuti insieme, la tecnologia applicata alla cura della persona.
I cambiamenti emergono con maggior chiarezza entrando nel merito delle nuove attività, molte di esse intercettano il commercio elettronico, guardano ai fenomeni emergenti come l’affitto di appartamenti ai turisti oppure a tutto ciò che attiene alla sfera del wellness. Ma, soprattutto, sono unite da un’altra caratteristica: sono ambiti professionali che non siamo in grado di definire né, tantomeno, di classificare.
Tra le attività che crescono in Emilia-Romagna il filo conduttore è la dicitura “non classificabile altrimenti”, espressione per indicare che si tratta di un servizio che le 659 pagine della “Classificazione delle attività economiche Ateco” non contemplano. “Altri servizi di sostegno alle imprese non classificabili altrimenti”, “Attività di servizi alla persona non classificabili altrimenti”, “Altre attività di consulenza tecnica non classificabile altrimenti”, sono solo le prime tre voci di un lungo elenco di servizi misteriosi, nuove attività che solo dieci anni fa non esistevano, tanto da non essere riportati nel manuale classificatorio adottato a livello internazionale.
Se si viaggia nel mondo delle “non classificabili altrimenti” per fare conoscenza degli imprenditori che lo abitano ci si imbatte in persone, giovani ma non solo, che tentano di trasformare un’intuizione o una passione in una professione, oppure in altri abitanti che imboccano percorsi di autoimprenditorialità in alternativa al lavoro dipendente. I “non classificabili altrimenti” che si incontrano più frequentemente si presentano con competenze elevate e raccontano con entusiasmo di un mondo in divenire, “non ancora inventato” un mondo che stanno contribuendo a plasmare. Abitanti che vivono l’incertezza del nuovo e del non classificabile non come una minaccia, ma come un’opportunità.
I cambiamenti li possiamo leggere anche guardando ai profili professionali per i quali le imprese dell’Emilia-Romagna prevedono assunzioni. Al vertice della classifica dominano cuochi e camerieri, commessi, personale non qualificato nei servizi alle pulizie e alla persona. Nessuna sorpresa, sono figure che rimandano a un terziario a minor valore aggiunto (non per questo meno importante), espressione di un sistema economico ben conosciuto.
Tuttavia, scorrendo la classifica e scendendo di qualche posizione emergono figure che ci accompagnano sulla soglia del “non inventato”: data scientist, big data analyst, cloud computing expert, cyber security expert, artificial intelligence systems engineer, esperta/o di fog computing, growth hacker.
Non sono solo le nuove attività e le nuove professioni a individuare chi sta popolando l’uscita della galleria e corre lungo la nuova curva, all’esterno si trovano anche persone e imprese riconducibili all’economia più tradizionale che hanno saputo cogliere le opportunità di un mondo in perenne riconfigurazione.
Piccola divagazione, parliamo di tennis. Bjorn Borg è stato uno dei più grandi campioni di tennis, si ritirò negli Ottanta dopo aver vinto tutto più volte. Ad inizio anni Novanta decise di riprovarci e tornò in campo, però nel frattempo qualcosa era cambiato, tutti avevano abbandonato la racchetta in legno per passare a quella in grafite.
Borg si presentò al torneo di Montecarlo con la sua vecchia racchetta Donnay in legno e fu sconfitto pesantemente da un giocatore modesto che giocava con una racchetta in grafite. Al termine dell’incontro l’allenatore di Borg commentò: “Borg è ancora il miglior giocatore al mondo, ma con quella racchetta imprime ai suoi colpi una potenza di almeno il 30 per cento inferiore a quella di chi gioca con le nuove racchette”. Borg non si adattò mai alle nuove racchette e dopo qualche altra sconfitta si ritirò definitivamente.
Quando entra un fattore abilitante, come la racchetta in grafite, nulla è come prima, chi impara a utilizzare il nuovo strumento ha un enorme vantaggio competitivo, chi rimane con la racchetta di legno rischia seriamente di essere preso a pallate.
Globalizzazione e digitale sono esattamente questo, due cambi di racchetta. Dentro o fuori dal tunnel, curva in declino o curva in ascesa: attribuirne il posizionamento alla racchetta che si impugna è sicuramente una lettura semplicistica che non tiene conto della crescente complessità dei sistemi sociali ed economici. D’altro canto, sono numerosi i dati che mostrano come in Emilia-Romagna export e internazionalizzazione abbiano tracciato una netta linea di demarcazione tra imprese resilienti e quelle vulnerabili, tra aziende competitive e quelle a rischio default.
Il racconto dei numeri è solo all’inizio, ma anche la narrazione del digitale sembra condividere la stessa trama. Lo si legge dalle nuove attività che nascono in Emilia-Romagna, dai profili professionali che evocano la società non ancora inventata, emerge dai comportamenti delle imprese. Non si tratta semplicemente di investire in tecnologia e digitale, percorso che molte imprese emiliano-romagnole stanno intraprendendo, la logica del digitale richiede un salto culturale non indifferente.
Significa mettere in discussione schemi tradizionali, come la catena di valore lineare dall’alto verso il basso, oppure la visione dell’azienda attiva nel proporre il prodotto o servizio e il cliente passivo nell’acquistarlo, basata sul modello io produco tu consumi.
Significa creare un ecosistema interattivo – Sangeet Paul Choudary lo chiama platfirm, impresa piattaforma – e un rapporto differente con i clienti/consumatori; le parole chiave diventano community e co-creazione, l’obiettivo è far interagire in un rapporto alla pari persone interne ed esterne all’azienda – clienti, consumatori, fornitori, …- per combinare in modo nuovo le risorse e creare valore. È un modello che va oltre il “mettere il cliente al centro”, è un moltiplicatore dell’economia dell’esperienza pensato per la condivisione di conoscenze ed esperienze individuali all’interno di spazi comuni.
L’industria sta vivendo una nuova fase sulla spinta della digitalizzazione delle prestazioni delle macchine e quella dei flussi di lavoro aziendali. L’edilizia è fatta sempre più da moduli prefabbricati che incorporano tecnologia e accorgimenti volti all’ecosostenibilità e al risparmio energetico. Digitale e sostenibilità stanno spostando la catena del valore dal cantiere alla fabbrica, dall’edilizia al manifatturiero, rendendo difficile capire dove finisce l’uno e inizia l’altro.
Nel commercio, a fronte della incessante chiusura degli esercizi tradizionali – l’Emilia-Romagna negli ultimi cinque anni ha perso quasi l’8 per cento dei negozi – si moltiplicano le imprese che vendono attraverso internet – più che raddoppiate più nello stesso arco temporale. In Italia il commercio elettronico continua a crescere a ritmi esponenziali, tutti gli esperti del settore concordano sul fatto che il negozio del futuro sarà sempre più un mix tra negozio reale e piattaforma digitale.
Nel turismo le piattaforme digitali stanno entrando prepotentemente, in Italia quasi la metà degli acquisti legati al turismo avvengono via commercio elettronico.
Sostenibilità ambientale e trasformazione demografica sono solo due di altri fattori che, alla pari della globalizzazione e del digitale, determineranno l’abbandono delle traiettorie di crescita sperimentate negli ultimi cinquant’anni per intraprendere, poco importa se intenzionalmente o forzatamente, un cammino all’insegna della discontinuità. Oggi l’instabilità è una norma, una deviazione irreversibile da uno stato di crescita lineare, ammesso che mai ne sia esistito uno in un’idealizzata iconografia storica.
3. “Buttare lì qualcosa”. Alcune considerazioni conclusive
Mettiamo ordine. Nel raccontare l’Emilia-Romagna si è partiti guardando al passato, al circolo virtuoso tra imprese e cittadini, al patto di reciproca convenienza tra tutti gli attori del territorio raffigurato dai due fili rossi. Successivamente si è cercato di precedere la regione nel suo viaggio verso il “non ancora inventato” e immaginarne il percorso, si è transitati dalla globalizzazione e digitalizzazione per approdare in un mondo iper-globalizzato raffigurabile come un enorme social network. Un viaggio tra passato e futuro, avendo come compagna di viaggio la domanda sulla tenuta dei fili rossi, sulla sua possibilità di resistere agli urti della globalizzazione, della trasformazione digitale, dell’invecchiamento demografico e di tutto quanto non ancora preventivabile avverrà nei prossimi anni. Ma, prima ancora, un altro interrogativo esige risposta, se ha ancora senso individuare nel territorio, nella fattispecie nell’Emilia-Romagna, il luogo nel quale plasmare politiche per accrescere la competitività delle imprese.
Sicuramente ha ragione Parag Khanna nell’immaginare confini politici secolari cancellati da aggregazioni funzionali in perenne riconfigurazione. E, certamente, le imprese dell’Emilia-Romagna saranno sempre più globali, così come il digitale ridisegnerà la geografia delle filiere esistenti e ne creerà di nuove.
D’altro canto, non sbaglia nemmeno Aldo Bonomi nell’affermare che uno degli effetti della globalizzazione è quello di aver reso manifesta la ri-territorializzazione come passaggio obbligato per perseguire lo sviluppo. Bonomi afferma “nell’antropologia della globalizzazione sostanziata da spazi aperti per produrre per competere, da una società dell’incertezza ove ogni cosa sembra in rapido mutamento e allo stato liquido e gassoso, tutto sembra fare condensa nell’unico spazio che sembra solido e certo: il territorio. Questo diviene uno spazio di posizione – e a volte anche un spazio di rappresentazione – nella dinamica ipermoderna caratterizzata dal conflitto tra flussi che sorvolano e atterrano e mutano i luoghi in cui si vive”.
Dunque, il territorio è ancora luogo ottimale dove elaborare politiche nella misura in cui persone e imprese si riconoscono in esso e trovano convenienza ad appartenervi. Per quanto detto, l’Emilia-Romagna potrà essere ancora un valore aggiunto se metterà i suoi abitanti, persone e imprese, nelle condizioni di giocare con le nuove racchette, se riuscirà a traghettarli dalla curva in declino a quella in ascesa. E, ancora una volta, l’essere valore aggiunto risulterà strettamente correlato alla capacità di accrescere il capitale della conoscenza. Ne consegue che la tenuta dei fili rossi sarà maggiore quanto più alta sarà la quota di popolazione che avrà accesso alla conoscenza, ma ciò non appare condizione sufficiente per assicurarne la saldatura anche nei prossimi anni.
Aggiungiamo un ultimo tassello. Ri-teritorializzazione e un nuovo rapporto tra cittadini e amministrazione sono al centro anche delle riflessioni di Paolo Venturi. Oggi sono i territori, i quartieri, le periferie i luoghi privilegiati in cui si sperimentano innovazioni sociali, da cui provengono i più significativi impulsi allo sviluppo e al benessere.
La qualità relazionale e le norme sociali che popolano il territorio diventano premessa dello sviluppo e non una mera esternalità. Conseguenza di ciò è che non solo le politiche e le imprese possono fallire, anche i luoghi falliscono. E quando questo accade si impoveriscono anche le economie, le relazioni, la demografia, le opportunità e le possibilità di abitarli.
È intorno alla rigenerazione dei luoghi che si gioca la partita decisiva: una sfida che chiama in causa quei beni apparentemente invisibili come la partecipazione dei cittadini nei processi deliberativi e la coesione sociale. La dimensione coesiva diventa il meccanismo generativo di nuove infrastrutture sociali capaci di trasformare gli spazi in luoghi e ricreare quella “ecologia delle relazioni” indispensabile per la vita in comune e lo sviluppo economico, per la tenuta dei due fili rossi.
Nelle sue città invisibili Calvino racconta della città di Trude: “Se toccando terra a Trude non avessi letto il nome della città scritto a grandi lettere, avrei creduto d’essere arrivato allo stesso aeroporto da cui ero partito”. Trude è l’allegoria di una trasformazione dei territori in non luoghi, in spazi senza più identità. E, di fronte a una città esattamente uguale a tutte le altre il Marco Polo di Calvino si domanda: “Perché venire a Trude? mi chiedevo. E già volevo ripartire”.
Poniamoci la stessa domanda, perché venire in Emilia-Romagna? Perché continuare a viverci, a fare impresa? La risposta è semplice, perché si sta bene, perché è terra di luoghi e non di spazi, perché, nonostante tutto, c’è ancora un ecosistema favorevole che consente alle imprese e persone a realizzarsi.
Le trasformazioni di questi decenni non hanno indebolito la capacità di essere un luogo, i cambiamenti che verranno muteranno ancora i paradigmi della conoscenza e l’ecologia delle relazioni”, essi assumeranno nuove forme ma non perderanno la loro essenza, l’essere generatori di crescita economica e coesione sociale.
È con questa convinzione che l’Emilia-Romagna sta arredando il tunnel, con la motrice accesa, pronta a riprendere con slancio ed entusiasmo il viaggio verso il “non ancora inventato”.
Alberto Ferraboschi
Tra assistenza ed educazione.
La fondazione dell’Istituto Artigianelli nella Reggio ottocentesca
1. Don Zefirino Jodi e le origini dell’Istituto Artigianelli
Sulla figura di don Zefirino Jodi e l’Istituto Artigianelli è disponibile un’ampia e corposa produzione di studi che si è sviluppata anche in occasione delle diverse ricorrenze del fondatore dell’Istituto, a partire dai fondamentali contributi di Mario Mazzaperlini.[1]
In questa sede mi propongo di ritornare sulla vicenda della nascita degli Artigianelli non tanto per ricostruire in dettaglio la genesi dell’istituto, quanto piuttosto per collocare la sua vicenda costitutiva all’interno dell’ambiente socio-politico, economico, culturale e religioso locale, proponendo anche alcune linee interpretative.
Come noto don Zefirino Jodi è tradizionalmente considerato l’antesignano dell’istruzione e formazione professionale a Reggio Emilia sulla scia del tradizionale impegno delle istituzioni cattoliche nel campo educativo e socio-assistenziale. In particolare l’operato di Jodi s’inserisce all’interno della plurisecolare azione della Chiesa cattolica nell’ambito assistenziale destinata anche nel reggiano, fin dall’epoca alto medioevale, a realizzare numerose opere di beneficenza per fronteggiare diverse forme di bisogno sociale, come ad esempio l’Ospedale S. Maria Nuova degli Infermi, quello di S. Lazzaro per i lebbrosi, l’Ospedale Omozzoli Parisetti per i pellegrini, l’Ospedale dei Santi Pietro e Matteo per gli esposti, gli orfanotrofi maschile e femminile oltre a diverse altre esperienze assistenziali.[2]
A partire da questa prospettiva si tratta anzitutto di mettere a fuoco i fattori che indussero il sacerdote reggiano a fondare nel 1873 un nuovo istituto di formazione nella Reggio Ottocentesca.
In effetti, una prima chiave di lettura tende a sottolineare l’influenza dei fattori “esogeni”, mettendo in stretta relazione l’esperienza educativa di don Zefirino Jodi con il contesto formativo e pedagogico dell’Italia ottocentesca. In particolare, diversi studi hanno sottolineato l’influsso del modello di don Giovanni Bosco nell’azione pedagogica del parroco di Santa Teresa;[3] non a caso nella tradizione educativa locale Don Zefirino è ricordato come il “Don Bosco reggiano” in quanto il sacerdote “sempre guardò con viva ammirazione al grande educatore salesiano”.[4] In questo filone interpretativo s’inseriscono anche i contributi che hanno insistito sull’influenza dei ricreatori religiosi festivi delle diocesi lombarde[5] o dell’esperienza educativa promossa dal sacerdote mantovano Ferrante Aporti[6].
D’altra parte, senza disconoscere la rilevanza dei condizionamenti esterni che indubbiamente non mancarono di esercitare la loro rilevanza, occorre ricordare che in una realtà tutto sommato periferica e decentrata, quale la Reggio ottocentesca, appare necessario considerare alcuni fattori locali che giocarono un ruolo determinante nella genesi dell’istituto Artigianelli.
In quest’ottica “endogena”, oltre alla fondamentale impronta educativa cristiana che animò l’operato di don Jodi,[7] occorre evidenziare l’importanza dell’ambiente familiare del sacerdote reggiano nell’elaborazione del nuovo progetto formativo;[8] in effetti, Zefirino Jodi apparteneva ad un’influente famiglia della borghesia reggiana, proprietaria sia di una storica filanda di seta che di una rinomata farmacia cittadina In particolare, la filanda denominata “Vecchi-Jodi”[9] rappresentava una significativa realtà produttiva cittadina, insediata nel quartiere di Santa Croce con l’impiego di prevalente occupazione femminile, che negli anni Quaranta dell’Ottocento grazie anche al sostegno finanziario del banchiere ebreo Amadio Levi operò per dare nuovo impulso alla lavorazione e al commercio della seta reggiana; dopo l’unità d’Italia l’opificio proseguì l’attività produttiva nel rinnovato contesto,[10] ottenendo anche prestigiosi riconoscimenti a livello nazionale e internazionale,[11] per poi chiudere definitivamente nel 1882.[12] Il titolare della farmacia invece era Achille, fratello di don Zefirino, che gestiva la Farmacia di San Prospero (ribattezzata “Farmacia Reale”), considerata la più importante farmacia cittadina,[13] il quale negli anni postunitari figurava ai vertici della gerarchia cittadina delle professioni e del commercio.[14] Nel contempo don Zefirino, tramite la madre, intratteneva rapporti di parentela con un’antica e influente famiglia della nobiltà reggiana, gli Zoboli, storicamente vicina alla Chiesa locale (lo zio materno era il Canonico Angelo Zoboli).[15]
Dunque nel delineare il profilo intellettuale di Zefirino Jodi, oltre evidentemente al riconoscimento dell’impegno pastorale legato alla precoce scelta sacerdotale (entrato in seminario a 17 anni fu consacrato sacerdote nel 1836), non deve essere trascurato anche l’influsso dell’ambiente familiare. In effetti, l’operato dello Jodi rimanda ai valori tipici della cultura borghese ottocentesca, a partire dal riconoscimento della dignità del lavoro per la formazione dell’individuo, ma anche all’etica di responsabilità sociale della borghesia di matrice risorgimentale che identificava nell’educazione un fattore decisivo per la formazione della nazione.
Nella specifica propensione alle opere di carità, che avrebbe indotto Jodi a scegliere consapevolmente la parrocchia più povera della città (la parrocchia di Santa Teresa),[16] quindi sembra saldarsi l’impegno pastorale del religioso con influssi legati alla specifica estrazione familiare del religioso. Del resto, nel percorso biografico e nell’operato di Jodi l’influenza dell’appartenenza familiare non si sarebbe limitata alla dimensione etica e morale, evidenziando anche un marcato pragmatismo e attitudine all’innovazione, coniugato in modo indissolubile con il ministero sacerdotale.[17]
Un secondo elemento connesso alla dimensione familiare degli Jodi riguarda il rapporto del parroco di santa Teresa con una precedente esperienza formativa locale di grande rilievo. In effetti, lo stesso Jodi avrebbe rivendicato esplicitamente il collegamento della sua istituzione con la tradizione del Civico istituto fondato a Reggio Emilia nel 1789 dall’abate Giuseppe Ferrari Bonini (1707-1797) per istruire e sussidiare studenti versati nel commercio e nelle industrie.[18] Tale esperienza di formazione rivolta a giovani operai avrebbe reso Ferrari Bonini un precursore dello stesso Jodi, diventando un modello formativo destinato a coinvolgere anche l’ambiente produttivo locale. In effetti, l’istituto nacque a fine Settecento in stretta relazione con le urgenze economiche del contesto economico locale, in particolare dei settori della borghesia locale impegnati a fronteggiare la crisi dell’arte della seta e della lana rilanciandola attraverso nuove competenze e professionalità. E’ dunque plausibile ritenere che questa tradizione formativa ebbe modo di essere apprezzata da don Zefirino Jodi non solo attraverso i canali istituzionali ecclesiastici ma anche in virtù dell’appartenenza ad un ambiente familiare storicamente legato alla produzione della seta e quindi particolarmente sensibile alle esigenze della formazione professionale.
Infine, un terzo aspetto che induce ad enfatizzare il rapporto della genesi dell’Istituto Artigianelli con l’ambiente locale riguarda l’assonanza dell’opera di Jodi con alcuni motivi della pedagogia della borghesia risorgimentale reggiana di matrice liberale verso i temi dell’educazione dei giovani. Del resto la questione scolastica (e specialmente il dibattito sugli asili e sulla scuola popolare) assunse un carattere eminentemente politico per tutta l’età risorgimentale, coinvolgendo anche personaggi come Vincenzo Gioberti, Raffaello Lambruschini, Gino Capponi e Gian Domenico Romagnosi. Non a caso nel reggiano nel 1848 durante la breve esperienza del governo provvisorio la borghesia moderata cercò d’intraprendere il rinnovamento delle politiche educative, proponendo anche la creazione di asili d’infanzia. Dunque i rapporti di Jodi con gli ambienti della intellettualità locale e della socialità borghese (come la tipografia Bassi ) oltre alle estese relazioni con notabili liberali impegnati sulle tematiche educative, probabilmente favorirono anche una specifica sensibilità verso le questioni formative. In effetti, l’impegno benefico di don Zefirino Jodi poteva contare sull’appoggio di esponenti di alcune delle più influenti famiglie della borghesia e aristocrazia reggiana come il poeta Luigi Sani (fondatore nel 1866 della “Società promotrice per l’educazione popolare” ed autore anche di due sonetti dedicati a Jodi),[19] il sindaco Pietro Manodori (fondatore dell’Asilo d’infanzia)[20] e il marchese Gian Marco Gherardini “che fu sempre l’amico intimo, l’appoggio e il fedele consigliere del Prevosto Don Zeffirino Iodi”.[21]
2. Tra Restaurazione e unità nazionale: la sperimentazione istituzionale di Don Zefirino Jodi
La creazione dell’istituto di formazione professionale voluto da don Zefirino Jodi risale alla fase postunitaria quando nel nuovo contesto politico-istituzionale del Regno d’Italia fu fondato nel 1873 il “Pio istituto Artigianelli per gli adolescenti poveri”. Tuttavia la costituzione dell’istituto rappresentava l’approdo e il coronamento di un percorso avviato da Jodi diversi anni prima.
Infatti, tra gli anni Cinquanta dell’Ottocento – all’indomani del fallimento dei moti insurrezionali del 1848 e durante una sfavorevole congiuntura socio economica (epidemia di colera del 1855) – e l’annessione del territorio reggiano al nuovo stato nazionale, don Jodi si distinse per una spiccata tendenza alla sperimentazione e istituzionalizzazione di iniziative assistenziali ed educative. In effetti, dopo essersi insediato nel 1845 nella parrocchia di Santa Teresa, nel 1850 fondò nella stessa parrocchia l’Opera Pia del SS. Salvatore. Due anni dopo, nel 1852 creò la scuola serale di Dottrina Cristiana che nel 1864 fu sostituita dalla Scuola Festiva di Carità fino alla fondazione nel 1873 del Pio Istituto d’Adolescenza per gli Artigianelli poveri.[22] Nel contempo, il progetto educativo, inizialmente concepito per la sola parrocchia di Santa Teresa, attraverso l’esperienza del Pio Istituto Artigianelli si estese all’intero territorio cittadino, superando il perimetro limitato della parrocchia e assicurando stabilità alle opere benefiche realizzate.
Questa propensione all’innovazione istituzionale, per nulla scontata in un sacerdote della Chiesa reggiana ottocentesca, è riconducibile probabilmente anche ai rapporti di Jodi con gli ambienti del notabilato liberale, in particolare con la personalità di Pietro Manodori a cui lo lega uno specifico modus operandi. In effetti il modello dell’Opera Pia del SS. Salvatore in Santa Teresa, definita “la prima vera Cassa di Risparmio”,[23] presenta significative analogie con la vicenda della Cassa di Risparmio fondata nel 1852 dallo stesso Manodori; con quest’opera benefica Jodi “creò di fatto una piccola Cassa di Risparmio fruttifera, procurando soprattutto per i soci meno abbienti, un sicuro vantaggio. Infatti, ogni socio si impegnava a versare la somma di una lira al mese, mantenendo l’obbligo per cinque anni. Al termine del quinquennio, previo avviso anticipato di tre mesi, ogni “azionista” poteva ritirare tutta o parte della somma dovuta, lasciando all’Opera Pia gli interessi nel frattempo maturati”.[24] Inoltre, anche la nascita della Scuola Festiva di Carità e dello stesso Artigianelli – come si vedrà meglio più innanzi – si riallacciava esplicitamente all’esperienza della scuola d’infanzia fondata sempre da Pietro Manodori nel 1860.
D’altro canto le analogie con le iniziative del fondatore della Cassa di Risparmio ritornano anche nelle vicende istituzionali che accompagnarono la gestazione di queste realtà assistenziali; in effetti, come l’Asilo d’infanzia di Manodori, anche il progetto filantropico di Jodi, impostato fin dagli anni Cinquanta, si sarebbe completato solo dopo l’unificazione nazionale al termine di una complessa gestazione.[25]
Il progetto del sacerdote reggiano, nel dispiegarsi nella travagliata fase storica di passaggio tra la Restaurazione e la nascita del nuovo stato nazionale, dovette misurarsi dunque con realtà istituzionali civili e religiose che condizionarono tempi e modalità di realizzazione dell’iniziativa.
Si deve ricordare anzitutto il complicato rapporto di Jodi con le autorità estensi per ottenere l’autorizzazione ducale per il progetto dell’Opera Pia del SS. Salvatore che alimentò sospetti verso un sacerdote ritenuto troppo vicino agli ambienti liberali.[26] Peraltro, tale vicenda conferma la tradizionale diffidenza del regime austro-estense per le iniziative messe in campo dalla classe dirigente reggiana nella fase della tarda Restaurazione (come l’Asilo d’infanzia, la Cassa di Risparmio, la Società del Casino) che avrebbero potuto minare gli equilibri del tradizionale assetto socio-politico locale.
Tuttavia all’indomani del biennio 1859-1860, con la caduta del regime austro-estense e l’insediamento delle nuove amministrazioni moderate il rapporto con le autorità locali cambiò repentinamente. In effetti, Jodi si era guadagnato la reputazione di sacerdote di sentimenti liberali e vicino alla causa nazionale, grazie anche alla frequentazione degli ambienti dei patrioti antiestensi come la tipografia Bassi.[27][28] Tali rapporti, facilitati anche dall’appartenenza ad una nota famiglia della borghesia cittadina, avrebbero favorito anche le relazioni con l’establishment della classe dirigente postunitaria.
In effetti, uno dei fattori chiave del successo delle iniziative filantropiche del sacerdote reggiano risiede proprio nella capacità d’adottare una spiccata propensione comunitaria nella realizzazione delle opere benefiche,[29] stabilendo anche un positivo rapporto di collaborazione con gli ambienti del notabilato liberale.
Del resto, l’appoggio dei milieux del moderatismo rappresenta una cifra costante nel processo di realizzazione delle opere filantropiche di Jodi. Infatti, fin dalla fase della fondazione dell’Opera Pia S. Salvatore[30] e poi della scuola Festiva di Carità, Jodi potè avvalersi dell’appoggio di larga parte del notabilato cittadino.[31] Emblematica a questo proposito è la composizione dei vari comitati (maschili e femminili) che promossero e sostennero la raccolta fondi per le iniziative di Jodi dalla quale si evince l’ampio coinvolgimento delle famiglie più in vista della borghesia risorgimentale reggiana (Sidoli, Bongiovanni, Sani, Sormani Moretti, Gherardini, Monzani, Manodori, ecc.).[32]
Peraltro il rapporto di collaborazione con la classe dirigente postunitaria trova conferma anche nella partecipazione di don Zefirino Jodi nella gestione delle Opere Pie in qualità di membro di diritto (insieme al sindaco Pietro Manodori) per trent’anni, a partire dalla costituzione della nuova Congregazione di Carità nel 1860 e fino al 1890;[33] ma soprattutto si manifestò nel sostegno concreto delle amministrazioni locali moderate alle iniziative di Jodi grazie alle quali il sacerdote ottenne la disponibilità delle strutture da adibire a sede dell’Istituto Artigianelli (ex Convento delle Monache Mantellate) attraverso la collaborazione della Provincia e del Comune (che concorsero anche alla ristrutturazione dei fabbricati ed in seguito all’espansione delle strutture).[34] Inoltre anche l’altra “roccaforte” del potere moderato locale, la Cassa di Risparmio, non mancò di fornire il sostegno all’opera benefica di don Jodi: a partire dal 1876 la beneficenza della Cassa di Risparmio si estese all’Istituto Artigianelli tramite l’elargizione della somma annua di 500 lire, proposta da Manodori e confermata negli anni successivi.[35]
Non meno significativa è poi la composizione del Consiglio Direttivo dell’Istituto Artigianelli (march. Gio. Marco Gherardini, Luigi Sforza, march. G.F. Gherardini, Antonio Guidetti Landini) e del corpo docenti dell’Istituto che poteva vantare anche prestigiosi esponenti dell’intellettualità liberale della stagione postunitaria (don Gaetano Chierici, Contardo Vinsani, Enrico Poggi, Francesco Gorisi, Eugenio Chierici, Federico Lari, ecc.).[36]
La vicinanza degli Artigianelli con l’assetto locale postunitario trova poi riscontro anche nell’intensa attività della Tipografia degli Artigianelli – creata fin dal 1874 per formare all’arte tipografica i giovani alunni ed a cui fu affiancata nel 1877 anche uno stabilimento litografico[37] – che nell’arco della propria esistenza avrebbe dato alla luce ben 896 pubblicazioni, tra cui l’apprezzata “Strenna”.[38] La tipografia divenne così il fiore all’occhiello dell’Istituto; infatti le pubblicazioni che uscirono dallo stabilimento tipo-litografico degli Artigianelli non di rado furono legate a prestigiosi esponenti dell’intellettualità cittadina come don Gaetano Chierici (che commissionò la stampa del “Bollettino di Paletnologia Italiana” oltre a numerose opere di archeologia)[39] e Naborre Campanini (che nel 1888 affidò alle stampe degli Artigianelli anche il suo fondamentale studio sulla storia della seta a Reggio Emilia, riallacciandosi in tal modo ancora una volta con la biografia del fondatore degli Artigianelli)[40] od alla committenza di influenti esponenti del notabilato liberale come Ulderico Levi.[41] A ciò si aggiunga che la tipo-litografia operò al servizio delle Opere Pie reggiane mentre la Direzione e l’Amministrazione dell’organo moderato “L’Italia Centrale” dal 1886 al 1891 risiedettero entrambe nella sede della tipo-litografia Artigianelli, in via S. Caterina, 12.[42]
Peraltro, i consolidati rapporti di don Zeffirino Jodi con l’assetto moderato postunitario avrebbero esposto nel tempo l’Istituto alle polemiche derivanti dalla lotta politico-amministrativa locale. Infatti a seguito della vittoria dello schieramento radical-socialista e progressista alle elezioni amministrative del 1889 fu varato dall’Amministrazione comunale un radicale rinnovamento delle Opere Pie (alla cui direzione fu nominato l’ex internazionalista Patrizio Giglioli) per contrastare la tradizionale egemonia della Chiesa cattolica nel campo socio-assistenziale.[43] Di conseguenza nel 1890 l’Istituto Artigianelli divenne il bersaglio di critiche del giornale socialista “La Giustizia” che denunciava le condizioni di lavoro dei giovani lavoranti della tipografia, mentre il Comune sospendeva l’erogazione del sussidio all’Istituto e don Jodi, dopo tre decenni di permanenza, veniva estromesso dalla Congregazione delle Opere Pie.[44] D’altro canto, la mobilitazione e l’ampio sostegno della cittadinanza a favore di Don Jodi avrebbe confermato il radicamento degli Artigianelli nella comunità locale, sancita dalla “consacrazione” ufficiale nel 1895 quando il sacerdote reggiano fu insignito del titolo di Cavaliere Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro, ormai alla vigilia della scomparsa avvenuta il 22 dicembre 1896 tra il cordoglio di tutta la comunità reggiana.[45]
Se dunque il rapporto di Jodi con il contesto politico-amministrativo locale si sviluppò in modo tutto sommato piuttosto coerente, assai più travagliata e sofferta fu la relazione del sacerdote con le istituzioni ecclesiastiche reggiane.[46] In effetti, mentre nella fase della Restaurazione, dapprima come Vice Cancelliere in Curia dal 1836 al 1845 e poi come parroco di Santa Teresa, Jodi operò con il sostegno della Chiesa locale per le sue iniziative di carità, dopo l’unità nazionale la vicenda del sacerdote reggiano si sviluppò nella fase di aspra conflittualità tra Stato e Chiesa connessa ai fatti della Breccia di Porta Pia con le conseguenti implicazioni politiche della “questione romana”. Durante questa complessa congiuntura storica la Chiesa reggiana fu guidata dapprima da Pietro Raffaeli (1849-1866) che traghettò la diocesi reggiana allo stato nazionale e dovette combattere la fronda dei preti passagliani e l’anticlericalismo liberale. Quindi il testimone passò a Carlo Macchi (1867-1873) che guidò le istituzioni ecclesiastiche locali nella fase critica della polemica tra “temporalisti e antitemporalisti”.[47]
Nel corso di questo passaggio politico-culturale il cattolicesimo locale ebbe modo di esprimere anche un attivo nucleo di clero filosabaudo, schierato con i liberali e contro il potere temporale. Tra gli altri, si ispiravano al filone culturale del neoguelfismo sacerdoti come Angelo Camurani, il professore del liceo cittadino, Angelo Volpe, il paletnologo Gaetano Chierici, Prospero Denti (rettore di San Lorenzo), Vincenzo Zanichelli (rettore di S. Zenone), Maurizio Corbelli, Girolamo Malaguzzi (prevosto in S. Prospero)[48]; ed è proprio all’interno di questo folto gruppo di sacerdoti, già oppositori del regime estense e destinati dopo l’unità ad assumere un orientamento filosabaudo ed antitemporalista, che si inserì lo stesso don Zefirino Jodi.
Sul versante opposto si collocavano gli esponenti del conservatorismo cattolico reggiano, attestati su posizioni antitetiche a quelle del neoguelfismo e impegnati in una strenua battaglia politica e culturale contro lo stato liberale. In effetti, anche nel reggiano si registra l’attività pubblica di quei cattolici della prima generazione postunitaria, arroccati nella difesa delle prerogative pontificie “usurpate” dallo stato laico e tenacemente legati alla causa della restaurazione estense. Appartenevano a questo schieramento alcuni sacerdoti come il vicario vescovile Iacopo Casoli e il vescovo di Guastalla Pietro Rota, ma anche illustri esponenti della pattuglia dell’aristocrazia “nera”;[49] tra questi ultimi figuravano animatori della stampa cattolica locale come il direttore del “Genio Cattolico”, Prospero Liberati Tagliaferri, lo scrittore e giornalista Domenico Panizzi nonchè il bibliofilo e cultore di storia patria, Giuseppe Turri, che fu in stretta relazione anche con don Giovanni Bosco;[50] In particolare Turri si distinse dalle colonne de “Il Consigliere del Popolo” già all’indomani della fine del potere temporale del Papa per denunciare il “sopruso” della presa di Roma preannunciando la riscossa papale.[51]
Dunque, nel travagliato periodo segnato dalla “questione romana”, l’operato di Jodi “consistette in una mediazione difficile tra Stato e Chiesa”,[52] inducendo il sacerdote a muoversi con cautela e circospezione; emblematica a questo proposito appare la decisione di astenersi inizialmente dal presenziare alla seduta d’insediamento della nuova Congregazione di Carità avendo “sentito Monsignor Vescovo”, accettando solo in seguito tale nomina.[53]. Di conseguenza nell’operare per il progetto del suo istituto il parroco di Santa Teresa avrebbe dovuto fare i conti con l’ostilità del vescovo Carlo Macchi che lo riteneva eccessivamente vicino al notabilato liberale ed aperto alla collaborazione con le autorità civili.[54] In particolare, la diffidenza degli ambienti della Chiesa locale verso un sacerdote considerato filo-liberale, ebbe modo di manifestarsi nella fase di approvazione del progetto degli Artigianelli quando Jodi non esitò ad inviare una supplica direttamente al Papa Pio IX per superare gli ostacoli procedurali sollevati dalla Curia Vescovile al fine di ottenere la sospirata approvazione ecclesiastica.[55]
3. L’Istituto Artigianelli nel sistema formativo postunitario reggiano
All’indomani dell’unificazione nazionale la provincia di Reggio Emilia si presentava come un’area di depressione sociale e di autentica miseria. Ad una struttura economica basata su un’agricoltura con bassa commercializzazione, arretratezza capitalistica e scarso sviluppo tecnico corrispondevano antiche piaghe sociali: analfabetismo di massa, elevata mortalità infantile, malattie endemiche (come la pellagra), povertà diffusa ed emigrazione affliggevano una comunità che risentiva pesantemente dello stato di soggezione ereditato dalla dominazione estense.[56]
In questo quadro s’inserì l’azione delle politiche pubbliche in quanto tra le competenze attribuite ai rinnovati enti locali (Comune e Provincia) rientravano anche compiti riguardanti alcuni bisogni fondamentali della comunità locale: la scuola e l’assistenza. In realtà nell’Italia liberale agli enti locali in materia di istruzione e assistenza era riconosciuta essenzialmente una funzione complementare di sussidio e integrativa rispetto allo stato, supportato dalla plurisecolare tradizione dell’impegno della Chiesa nel campo assistenziale. In particolare, rispetto all’assistenza, la cultura politica liberale e la stessa normativa non prevedevano ancora un intervento diretto dello stato nelle politiche sociali; lo stato infatti si limitava ad una forma di controllo dall’alto, all’interno della tradizionale impostazione di carattere filantropica-assistenziale gestita da Opere Pie di antica istituzione e fortemente radicate sul territorio (all’indomani dell’Unità in provincia erano 122 le Opere Pie, delle quali 80 nel circondario di Reggio e 42 in quello di Guastalla). Nonostante questi limiti nel corso del secondo Ottocento le esigenze di controllo sociale, da un lato, e dall’altro lato la necessità di fornire risposte alle elementari domande in materia di diritto all’assistenza e all’istruzione (la cosiddetta “questione sociale” ottocentesca) comportarono anche significativi interventi degli enti locali negli ambiti scolastici e assistenziali.
Per quanto riguarda la pubblica istruzione il nuovo stato nazionale vedeva nella scuola (così come nell’esercito) un fondamentale strumento per la nazionalizzazione della società. In un sistema scolastico centralizzato fondato sull’amministrazione statale, il Comune e la Provincia esercitarono comunque un ruolo di un certo rilievo sia rispetto alla scuola primaria che quella secondaria. Questa funzione “sociale” risulta particolarmente importante se si considera il livello di analfabetismo che nel reggiano toccava nel 1861 l’81% (e che ancora nel 1881 raggiungeva il 68%)[57] derivante anche dalla pesante eredità lasciata dal regime estense. Tale impegno nel contrasto dell’analfabetismo nei primi decenni postunitari si realizzò attraverso l’erogazione di sussidi ad asili infantili, a Comuni sprovvisti di mezzi sufficienti per diffondere l’istruzione elementare ed a scuole serali e festive, ma soprattutto promuovendo nuovi indirizzi didattici tecnico-scientifici attraverso la costituzione di un istituto tecnico.
Infatti fin dal 1860 il Consiglio Provinciale di Reggio Emilia approvò l’istituzione di un istituto tecnico con tre indirizzi (commerciale-amministrativo, agronomico e fisico-matematico) e dotato di un corpo docenti comprendente diverse personalità del ceto intellettuale locale (Andrea Balletti, Naborre Campanini, Contardo Vinsani, Achille Grimaldi, ecc.).[58] In un contesto prevalentemente agricolo, la sezione agronomica si collocava nella locale tradizione di studi scientifici-agronomici interpretata al meglio dalla personalità di Filippo Re ed esprimeva l’esigenza di modernizzazione di una classe dirigente locale costituita in gran parte da possidenti terrieri. Divenuta nell’arco di pochi anni un punto di eccellenza a livello nazionale per l’attività svolta in campo agricolo e zootecnico, la struttura – oltre a conseguire significativi risultati di carattere scientifico grazie all’illuminata attività di ricerca di Antonio Zanelli (1825-1894)[59] che instaurò indirizzi zootecnici più razionali facendo assurgere la zootecnia italiana ad un più alto livello scientifico e tecnico – con la filiazione nel 1875 del primo “Stabilimento sperimentale di zootecnia” e poi di una vera e propria scuola di zootecnia e caseificio, costituì il volano per il decollo dell’economia reggiana nel decennio di fine Ottocento. In particolare, l’introduzione di una gestione scientifica e razionale del patrimonio agricolo e zootecnico, favorì il “risveglio agricolo” di fine Ottocento, contribuendo allo sviluppo di una nuova imprenditorialità mezzadrile ed una profonda innovazione del sistema colturale.
Oltre alla creazione dell’istituto tecnico e del Regio Stabilimento sperimentale di zootecnia, si deve anche ricordare la già citata nascita dell’Asilo d’infanzia fondato da Pietro Manodori nel 1860 e dell’annessa scuola di Puerizia.[60] Inoltre, per quanto riguarda la formazione professionale si registra la fondazione nel 1876 della Scuola di disegno per operai, sorta dall’antica Scuola di Belle Arti creata nel 1762 da Ottavio Lavagna[61] mentre nel 1890 fu eretto in Ente Morale l’Istituto “G. Garibaldi” per ciechi, per la qualificazione anche professionale dei non vedenti.[62]
All’indomani dell’unificazione nazionale si aprì dunque a Reggio Emilia una fase di rifondazione dell’assetto scolastico locale che interessò diversi cicli di studi. Pertanto, la nascita nel 1873 dell’Istituto Artigianelli s’inseriva in un passaggio storico di grande “effervescenza” del sistema formativo locale, consentendo alla realtà reggiana di dotarsi di una struttura innovativa destinata tuttavia a rimanere incardinata in un sistema istituzionale tradizionale. In effetti, in assenza di una legislazione espressamente dedicata alla formazione professionale,[63] durante l’Italia postunitaria nel campo professionale l’istruzione rimaneva ancora un’appendice dell’educazione popolare, intesa come assistenza sociale o formazione morale delle classi disagiate, affidata per lo più ai privati alle opere pie e agli Enti locali. In questa prospettiva la formazione professionale si configurava come una “zona di frontiera” in cui le aspirazioni educative e professionali si intrecciavano con le tradizionali preoccupazioni di carattere assistenziale; la necessità di fornire risposte alla domanda di formazione professionale si sovrapponeva dunque con preoccupazioni di carattere morale e di controllo sociale espresse non solo dalle autorità civili ma anche dalle stesse istituzioni ecclesiastiche. Ad esempio, don Prospero Scurani, ricostruendo la nascita dell’Istituto Artigianelli, nel 1898 ricordava che “cominciò a farsi sentire la necessità di benefici istituti, i quali provvedessero alla cristiana istruzione e educazione dei figli del povero popolo, al fine di sottrarli alla malsana influenza delle dottrine materialistiche che rapidamente si avanzavano fin d’allora a minare l’ordine sociale”.[64] Di conseguenza, nella memoria di Scurani le istituzioni formative di Jodi trovavano la loro ragione d’essere fondamentale nell’esigenza di “allontanare i figli dell’operaio dalla corruzione del vizio”.[65] In questo modo anche la nascita della Scuola festiva di Carità creata da Jodi nel 1864 rispondeva all’esigenza di “fondare una specie di ricreatorio festivo, nel quale i fanciulli poveri potessero accudire in un modo migliore ai loro doveri religiosi ed esercitarsi in cose di studio ed in oneste ricreazioni, allontanandoli in tal guisa dall’ozio e dalla dissipazione, cui soglionsi abbandonare i fanciulli poveri nei giorni festivi”.[66]
Del resto la dimensione assistenziale dell’Istituto fondato da don Jodi ritornava anche nell’intenzione del sacerdote di raccordarsi espressamente con il percorso dell’Asilo d’infanzia fondato da Manodori per assicurare un ciclo formativo organico rivolto a ragazzi provenienti da ambienti svantaggiati. In effetti, il programma del Pio Istituto degli Artigianelli pubblicato nel febbraio 1872 si apriva con queste parole: “L’Asilo d’Infanzia e la Scuola di Puerizia instituiti da qualche anno in questa città a beneficio dei fanciulli miserabili, porgono loro nell’età dai tre ai dieci anni occasione facile a ricevervi i primi elementi di educazione: giunti però all’anno decimo rimangono spesso abbandonati a se medesimi, o all’impotenza o all’incuria dei propri parenti con pericolo di rendere infruttuoso l’insegnamento ricevuto quando non siavi chi si prenda pensiero di continuarlo e di condurlo al suo maggiore e pratico perfezionamento. Ond’è manifesto e universalmente sentito il bisogno di rimuovere e di provvedere che possa darsi intiera educazione ai figlioli del povero”.[67] Anche da questi intendimenti appare evidente il rapporto privilegiato con l’Asilo Manodori e l’annessa “Scuola di Puerizia” (ovvero l’elementare) volto a proporre il percorso formativo dell’Istituto come naturale prosecuzione delle scuole fondate da Manodori, consentendo ai ragazzi di continuare l’istruzione oltre la scuola elementare e fino a 18 anni; l’art. 2 dello statuto del Pio Istituto Artigianelli sanciva che “il Pio Istituto ha per fine di compiere l’opera benefica dell’Asilo d’Infanzia e della Scuola di Puerizia, prendendo in cura i fanciulli che hanno oltrepassato l’età dell’alunnato in quegli istituti per continuare la loro educazione morale e civile, e istruirli ed esercitarli nei mestieri”.[68] Non a caso, tra i requisiti di ammissione all’Istituto Artigianelli figurava la provenienza dalla “Scuola di Puerizia”.
Peraltro tale impostazione trovava corrispondenza anche sul piano dell’assetto istituzionale. In effetti, nell’Italia liberale la formazione professionale così come l’istruzione prescolare, rimaneva ancora concepita come un’istituzione assistenziale che solo in casi sporadici rispondeva a effettive finalità pedagogiche. Di conseguenza nel variegato mondo delle Opere Pie, d’ispirazione sia ecclesiastica che laica, confluivano brefotrofi (istituti per l’accoglienza dei neonati illegittimi e abbandonati), ospizi di maternità, ricoveri di mendicità, ospedali per infermi, asili infantili[69] ma anche istituti d’istruzione professionale. Dunque, nonostante l’impostazione educativa della struttura fondata da Jodi, sul piano istituzionale il Pio Istituto Artigianelli, eretto in Ente Morale con decreto del 18 agosto 1872,[70] continuò a rimanere incardinato nel sistema caritativo-assistenziale delle Opere Pie destinato in quegli anni a conoscere importanti trasformazioni.
In effetti nella seconda metà dell’Ottocento l’ordinamento benefico-assistenziale vide il graduale passaggio dalla beneficenza privata volontaria all’assistenza pubblica, a partire dalla legge 3 agosto 1862 con cui lo Stato italiano disciplinò in modo uniforme su tutto il territorio nazionale la materia delle Opere Pie.[71] Coerentemente con gli orientamenti liberali della destra storica che l’emanò, la legge prevedeva un ruolo ancora complementare dell’assistenza pubblica rispetto a quella privata. Di conseguenza, con decreto reale del 16 marzo 1862 fu approvato il regolamento col quale, senza pregiudicare l’autonomia di ciascuna opera pia, venne costituita l’Azienda delle civiche opere pie e furono stabilite le norme negli affari di interesse comune. Come si è ricordato in precedenza, tra i primi consiglieri della Congregazione eletti a Reggio secondo la nuova legge figurava anche don Zefirino Jodi, nonostante le tensioni intercorrenti tra Stato e Chiesa.[72]
Peraltro, nonostante i vincoli dell’assetto istituzionale, l’Istituto Artigianelli oltre alle specifiche finalità educative e assistenziali avrebbe rappresentato anche un importante fattore del nascente processo di modernizzazione della realtà locale. In effetti, all’interno di un contesto socio-economico che continuava a rimanere ancora caratterizzato da una prevalente fisionomia agricola, nel tardo Ottocento cominciarono a delinearsi i presupposti del decollo industriale d’inizio secolo. Mentre entravano in crisi i settori più tradizionali della manifattura reggiana (trattura della seta e concia dei pellami), si affacciavano le prime officine industriali, in gran parte ancora sotto forma di botteghe artigianali.[73]
Dunque in questa fase di transizione dall’economia tradizionale a quella industriale, il nucleo delle botteghe ospitate nella sede dell’Istituto Artigianelli e sorte per formare gli alunni in “abili e morigerati artigiani”[74] divenne un’importante realtà destinata a incentivare l’affermazione di nuove attività in grado di segnare il profilo economico del territorio.
In effetti, intorno al primo nucleo di botteghe dell’Istituto Artigianelli dirette da otto “capi d’arte” (ramiere, sarto, spazzolaio, lattoniere, fabbro ferraio, falegname, calzolaio, tipografo),[75] si costituì un centro nevralgico per qualificare competenze specialistiche al servizio del sistema locale favorendo la nascente industria e la trasformazione delle tradizionali attività produttive. Non a caso l’Istituto Artigianelli divenne nel tardo Ottocento un importante luogo di formazione per la creazione di percorsi imprenditoriali di rilievo; emblematica da questo punto di vista è la vicenda di Giuseppe Agazzani, “la prima autentica figura d’imprenditore industriale”,[76] parte del primo gruppo d’otto Capi d’Arte che operarono all’Istituto Artigianelli e destinato a divenire il fondatore di un’importante fabbrica di fiammiferi e di spazzole. Ma si può menzionare anche il caso di Leopoldo Bassi, “colonna degli Artigianelli” che aprì in città la sua tipolitografia, utilizzando per prima un motore a gas da due cavalli;[77] od ancora il percorso di Aldino Codeluppi, allievo divenuto Capo d’Arte di Fotomeccanica e fondatore di un laboratorio di fotografia industriale.
Nel contempo si deve evidenziare la capacità dell’Istituto di adeguare progressivamente le competenze e professionalità in coerenza con l’evoluzione del mercato del lavoro e le trasformazioni del tessuto economico locale. Se dunque fin dall’origine le botteghe erano orientate a fornire opportunità lavorative anche fuori dall’Istituto,[78] nel corso degli anni le attività delle botteghe si trasformarono assecondando la nuova domanda di professioni: “è così che alla litografia è succeduta la fototecnica, al ramaio il carrozziere per auto, al lattoniere per le esigenze domestiche l’impresa idraulica per cantieri, alla bottega dello scultore (il vecchio G. Fornaciari) la bottega del doratore di metalli, al fonditore per strumenti agricoli la fusione d’arte”.[79]
La moltiplicazione dei mestieri insegnati dunque si sarebbe sviluppata di pari passo con la modernizzazione della struttura produttiva locale anche in connessione con le nascenti industrie cittadine; in effetti un consistente numero di allievi dell’Istituto Artigianelli si inserirono come specialisti anche nella principale fabbrica cittadina del Novecento, le Officine Meccaniche Reggiane, contribuendo poi alla nascita nel territorio reggiano della proliferazione di piccole industrie (specie nel settore della meccanica agricola) dopo la chiusura dello storico insediamento industriale.[80]
In conclusione, anche da questi brevi riferimenti emerge chiaramente come la vicenda dell’Istituto Artigianelli tende ad intrecciarsi in modo indissolubile con la storia della comunità reggiana, testimoniando concretamente quei valori di solidarietà e di carità cristiana che indussero don Zefirino Jodi a fondare l’Istituto Artigianelli 150 anni fa.
[1] Nell’ambito della ricca produzione storiografica locale (sia ecclesiale che laica) dedicata al fondatore degli Artigianelli si segnalano: P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, 1898, pp. 9-33; B. Luigi, Il Cav. Uff. D. Zefirino Jodi, prevosto di S. Teresa, in “Strenna Pio Istituto Artigianelli”, 1904, pp. 5-8; C. Melloni, “Genesi” del Pio Istituto Artigianelli, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, 1923, pp. 35-39; D. Torreggiani, Un amico del popolo. Don Zefirino Jodi, Reggio Emilia, Tipografia Artigianelli, 1946; M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, Bologna, Compositori, 1975; A. Spaggiari, La Strenna compie cent’anni, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli, n. 1, 1978, pp. 9-14; Don Zefirino Iodi alfiere della carità, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1997; M. Mazzaperlini, La vita e l’attività di don Zefirino Jodi prima della fondazione del Pio Istituto Artigianelli, Circolo Filatelico Numismatico, Reggio Emilia, Nuova Futurgraf, 2003 (ristampa); prima ed. in “Bollettino Storico Reggiano”, n. 94, 1997; G.A. Rossi, Il don bosco reggiano, in “Reggio Storia”, n. 139, 2013, pp. 25-26; M. Mazzaperlini, Don Zefirino Iodi, il “don Bosco” reggiano, in G. Costi e G. Giovanelli (a cura di), Storia della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, Brescia, Morcelliana, 2022, vol. IV, tomo 2, pp. 1547-1565. In particolare sull’apporto delle ricerche di Mazzaperlini cfr. L. M. Alfieri, Don Zefirino Jodi e il Pio Istituto Artigianelli negli studi di Mario Mazzaperlini, in “Bollettino Storico Reggiano”, n. 154, dicembre 2014, pp. 39-48.
[2] O. Rombaldi, Hospitale Sanctae Mariae Novae. Saggio sull’assistenza in Reggio Emilia, Reggio Emilia, Tecnograf, 1995; P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, Reggio Emilia, Edizioni Litograf 5, 1998, vol. II, cit; P. Barazzoni, Le opere assistenziali a Reggio Emilia, in G. Costi e G. Giovanelli (a cura di), Storia della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, Brescia, Morcelliana, 2012, vol. II, pp. 199-232.
[3] “Non ebbe altro principio pedagogico o metodologico, a sostegno della propria azione educativa, se non il punto di riferimento costante dell’azione di San Giovanni Bosco” (M Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit. p. 104).
[4] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit. p. 79. Per completezza occorre precisare che – nonostante “la tradizione orale, molto viva ancora oggi, tramanda che tra don Zefirino Jodi e San Giovanni Bosco vi sia stato scambio di corrispondenza. Dino Torreggiani riporta come certamente avvenuto questo fatto”- almeno fino agli anni Settanta del Novecento non è stato possibile documentare tale corrispondenza. (M Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit. p. 79).
[5] P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., p. 11.
[6] C. Melloni, “Genesi” dell’Istituto Artigianelli, cit., p. 35.
[7] Si vedano al riguardo le osservazioni di O. Rombaldi che osservò: “forse non ebbe in mente le regole di Lambruschini o l’esempio di don Bosco, ma seguì il precetto del Divino maestro: Sinite parvulos venire ad me.” (O. Rombaldi, Il Pio Istituto nella stampa reggiana, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1997, p. 10).
[8] Dal matrimonio del padre di don Zefirino, Andrea (morto nel 1840) e Angela Luigi Zoboli, nacquero tre figli: Zefirino, Casimiro, Achille, Carolina.
[9] La ditta era denominata Vecchi-Jodi in quanto la figlia della famiglia Vecchi, Silvia, andò in sposa a Giuseppe Jodi figlio del capostipite Michele, che morì nel 1870 cfr. il necrologio di Giuseppe Iodi in “L’Italia Centrale”, 28 maggio 1870.
[10] Camera di Commercio ed arti di Reggio Emilia, Elezione dei membri della Camera, 1864, p. 7 in Archivio di Stato di Reggio Emilia, Archivio Camera di Commercio, Div. I, sez. IV-V, anno 1865; G. L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina. Reggio Emilia 1861-1940, Roma-Bari, Laterza, 1995. p. 59 e p. 65.
[11] In particolare si ricordano i diplomi ottenuti all’esposizione internazionale di Torino del 1862, alla provinciale d’arte e industria di Reggio del 1865, dell’Universale di Vienna del 1873; inoltre ebbe medaglie di bronzo alla esposizione italiana di Firenze del 1861, all’Internazionale di Londra del 1862, all’Internazionale di Dublino del 1865 e la medaglia di bronzo all’esposizione nazionale di Reggio del 1865, cfr. N. Campanini, Ars Siricea Regij. Vicende dell’arte della seta in Reggio Emilia dal secolo XVI al secolo XX, Reggio Emilia, Tipografia Artigianelli, 1888, p. 265.
[12] N. Campanini, Ars Siricea Regij, cit., pp. 264-265; M. Mazzaperlini, La vita e l’attività di don Zefirino Jodi prima della fondazione del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 7-9; M. Barlettai, La banca, la seta, la terra. Storia di Amadio Levi (1797-1876), un ebreo intraprendente, in “Bollettino storico reggiano”, anno LV, fasc. 2, aprile 2023, pp. 190-191.
[13] “Nel 1869 a Reggio le farmacie erano sette (…); la più conosciuta ed avviata era quella di Achille Jodi che denunciava 3.150 lire di reddito, ben distanziata dalle altre condotte dai farmacisti Bezzi, Cocconi, Piccaglia, Scolari e Timbelli” (L. Bosi, Nuove prospettive postunitarie, in G. Badini (a cura di), Tempo e mercanti. Echi nella tradizione reggiana, Felina, La Nuova Tipolito, 2007, p. 366).
[14] In base agli elenchi dei contribuenti reggiani del 1872 il farmacista Achille Jodi dichiarava un reddito imponibile di 1.799,85 (Ministero delle Finanze, Direzione generale delle imposte dirette, Elenchi dei contribuenti all’imposta sulla ricchezza mobile).
[15] “La famiglia Jodi, distinta per origine, per sufficienza di mezzi, si rannoda per la gloria degli antenati alla famiglia Zoboli, largamente benefica della Chiesa di San Nicolò” (D. Torreggiani, Un amico del popolo. Don Zefirino Jodi, cit., p. 17). Sulla famiglia Zoboli cfr. C. Riva Di Sanseverino, Reggio nobile, Modena, Mucchi, 2003, pp. 223-224.
[16] “Voleva fermamente quella parrocchia. Voleva vivere in mezzo ai poveri, e specialmente in mezzo ai figli dei poveri, perché sentiva che quella era la sua vocazione” (M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 53).
[17] Sullo spiccato “spirito di concretezza” e “proverbiale senso pratico” di don Zefirino Jodi cfr. M. Mazzaperilini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 102-103, p. 105.
[18] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 63-67. Sul fondatore del Civico Istituto Ferrari Bonini cfr. A. Balletti, L’abbate (sic!) Giuseppe Ferrari-Bonini e le riforme civili della beneficienza, Reggio Emilia, Tipografia Calderini, 1886.
[19] Di Luigi Sani si ricordano i due sonetti: A don Zeffirino Jodi, rettore di S. Teresa amorosissimo educatore di fanciulli e “L’Artigianello a Don Jodi” in P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., pp. 34-35.
[20] G. Badini (a cura di), Pietro Manodori, benefattore sindaco presidente, Reggio Emilia, Tecnograf, 2000.
[21]P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., p. 32
[22] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 68.
[23] P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, cit., vol. II, p. 153. Si vedano anche le considerazioni di Ugo Bellocchi per il quale “tale primato del credito cooperativo va assegnato, per ora, alla Cassa di prestito costituita a Reggio Emilia presso la Società cooperatrice dell’Opera Pia parrocchiale del Santissimo Salvatore in Santa Teresa” (U. Bellocchi, Interrrelazione fra mutualismo e cooperazione in Italia. La costituzione della Camera del Lavoro a Reggio Emilia, in M. Teresa Maiullari (a cura di), Storiografia francese ed italiana a confronto sul fenomeno associativo durante XVIII e XIX secolo, Torino, Einaudi, 1990, p. 215).
[24]M. Mazzaperlini, Don Zefirino Iodi, il “Don Bosco” reggiano, in G. Costi e G. Giovanelli (a cura di), Storia della Diocesi di Reggio Emilia, Dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II,, Brescia, Morcelliana, 2022, vol. IV, p. 1558;
[25] Sul processo costitutivo dell’Asilo creato da Pietro Manodori cfr. A. Ferraboschi, “L’Apostolo degli asili”. Pietro Manodori e la nascita della scuola d’infanzia, in “Ricerche Storiche”, n. 135, 2023, pp. 62-83.
[26] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 69-70.
[27] D. Torreggiani, Un amico del popolo. Don Zefirino Jodi, cit., p. 13; M. Mazzaperlini, La vita e l’attività di don Zefirino Jodi prima della fondazione del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 21.
[28]
[29] “Egli non decideva mai da solo, ma sapeva sempre coinvolgere, in ogni tipo di attività, quanti di dichiaravano disposti a collaborare con lui per il bene della comunità parrocchiale” (M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 71).
[30] M. Mazzaperlini, La vita e l’attività di don Zefirino Jodi prima della fondazione del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 31-32.
[31] Ibidem, pp. 45 e 46 e nota 52.
[32] P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., pp. 30-31; C. Melloni, “Genesi” dell’Istituto Artigianelli, cit., p. 37; M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 83-84.
[33] P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, cit., vol. II, p. 37 e p. 139.
[34] P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., pp. 25-27.
[35] G. Badini (a cura di), Pietro Manodori, benefattore sindaco presidente, cit., p. 143.
[36]C. Melloni, “Genesi” dell’Istituto Artigianelli, cit., p. 38
[37] Sulla vicenda della litografia degli Artigianelli, destinato a divenire il primo stabilimento litografico reggiano, cfr. C. Panizzi, Litografie e litografi a Reggio Emilia nella seconda metà dell’Ottocento, in “Strenna Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1995, pp. 11-18.
[38] A. Spaggiari, La Strenna compie cent’anni, in “Strenna Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1978, pp. 9-14; C. Panizzi, Litografie e litografi a Reggio Emilia nella seconda metà dell’Ottocento, in “Strenna Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1995, pp. 11-18; E. Manicardi, D. Battaglia, Una copertina che si fa ammirare, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, 2021, pp. 43-56.
[39] R. Marcuccio, Intellettuali, editoria e mercato delle lettere a Reggio Emilia nel patrimonio documentale della Biblioteca Panizzi, in A. Cenci e A. Ferraboschi (a cura di), Reggio Emilia dal Ducato all’Italia unita, Reggio Emilia, Antiche Porte, 2019, pp. 273-274.
[40] N. Campanini, Ars Siricea Regj. Vicende dell’arte della seta in Reggio Emilia dal secolo XVI al secolo XIX, cit.
[41] Ad esempio, si ricorda la stampa a cura della tipografia degli Artigianelli della documentazione tecnica relativa all’acquedotto cittadino donato da Ulderico Levi alla città di Reggio nel 1885 cfr. D. Battaglia, E. Manicardi, La grande abilità dei tipolitografi degli Artigianelli per l’acquedotto “Ulderico Levi” in “Strenna Pio Istituto Artigianelli”, , n. 1, ottobre 2022, pp. 24-35.
[42] L. Trentini, I giornali reggiani dal 1836 al 1915, Reggio Emilia, Poligrafici, 1971, p. 19.
[43] F. Cammarano, Consorteria moderata e propaganda socialista. Reggio Emilia dall’immobilismo sociale alla cultura politica, in P. Pombeni (a cura di), All’origine della “forma partito” contemporanea,. Emilia-Romagna 1872-1892: un caso di studio, Bologna, Il Mulino, 1984, pp. 169-171.
[44] P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, cit., pp. 331-332.
[45] M. Mazzaperlini, Storia del Pio istituto Artigianelli, cit., p. 119.
[46] “Nonostante tutta la sua grande cautela, finì col trovarsi di fronte, proprio nel momento più impegnativo della sua azione pastorale, l’opposizione del suo Vescovo. Nel progettare il suo Istituto egli aveva certo previsto di dover superare molte difficoltà, ma tra queste, non aveva di sicuro considerato lo scontro frontale con la Curia Vescovile. E questo fatto lo amareggiò profondamente, anche se mise in luce la sua grande forza di volontà per raggiungere lo scopo finale” (M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 81).
[47] Sulle vicende della Chiesa reggiana nella fase postunitaria e l’impatto della questione romana nel reggiano cfr. S. Fangareggi, Riflessi della questione romana a Reggio in Municipio di Reggio nell’Emilia, Reggio dopo l’unità, Reggio Emilia, Tecnostampa, 1966, pp. 91-104; S. Spreafico, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, Bologna, Cappelli, 1982, vol. I; G.Costi, La questione romana e l’Unità d’Italia, in G. Costi e G. Giovanelli (a cura di), Storia della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, vol IV, tomo 1, Brescia, Morcelliana, 2022, pp. 87-118.
[48] S. Spreafico, La Chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, cit., vol. I, p. 354 e p. 452.
[49] F. Cammarano, Consorteria moderata e propaganda socialista. Reggio Emilia dall’immobilismo sociale alla cultura politica , in P. Pombeni (a cura di), All’origine della “forma partito” contemporanea. Emilia Romagna 1876-1892: un caso di studio, cit., p. 123.
[50] Giuseppe Turri fu in contatto epistolare con Giovanni Bosco riguardo al sostegno economico fornito ai missionari Cfr. F. Motto (a cura di), Giovanni Bosco. Epistolario, Roma, Libreria Ateneo Salesiano, 2012, vol. V, pp. 210-211.
[51] A. Ferraboschi, La Breccia di Porta Pia. Reazioni e conseguenze nel territorio reggiano, in “Bollettino Storico Reggiano”, n. 173, novembre 2020, pp. 39-49.
[52] O. Rombaldi, Il Pio istituto nella stampa reggiana, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1997, p. 10.
[53] P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, cit., vol. II, p. 139.
[54] “Il vescovo Macchi resta caparbiamente ostile alle opere di carità promosse dal sacerdote don Zefirino Jodi ritenuto troppo vicino ai liberali” (S. Spreafico, La Chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regime, cit., vol. II., p. 113).
[55] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 81-82; 86-92.
[56] Per un inquadramento del contesto socio-economico reggiano postunitario cfr. B. Fava, L’economia reggiana nel primo decennio dell’unità, in Municipio di Reggio Emilia, Reggio dopo l’Unità, cit., pp. 69-90; G. L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina, cit; M. Bianchini, Imprese e imprenditori a Reggio Emilia 1861-1940, Roma-Bari, Laterza, 1995.
[57]G. L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina, cit, p. 44.
[58] O. Rombaldi, L’istruzione tecnica in Reggio Emilia (1860-1890), in P. Rossi (a cura di), L’età del positivismo, Bologna, Il Mulino, 186, pp. 239-267.; A. Ferraboschi, Borghesia e potere civico a Reggio Emilia nella seconda metà dell’Ottocento, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003, pp. 232-245.
[59] L. Tosetti, Antonio Zanelli. Storia di una vita, Centro Ricerca Galmozzi, Castelleone, 2015.
[60] L. Guasti, L’Asilo d’infanzia Pietro Manodori. Una storia reggiana, Reggio Emilia, Tecnograf, 1996.
[61] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., pp. 11-12; M. Carrattieri e F.Zani, Istruzione secondaria e società industriale. Il Consorzio provinciale istruzione tecnica di Reggio Emilia, in M. Carrattieri, N. Castagnetti, A. Ferraboschi, Una provincia che fa scuola. Aspetti dell’istruzione secondaria a Reggio Emilia (1962-2012), Parma, Diabasis, 2014, p. 138.
[62] L. M. Alfieri, P. Terranova, Un istituto nel cuore della città. 125 anni di vita dell’istituzione per i ciechi a Reggio Emilia, Reggio Emilia, Antiche Porte, 2008.
[63] “Mancando una legislazione ben precisa, in un primo tempo l’istruzione professionale fu affidata, congiuntamente, ai Ministeri della P.I. e dell’Agricoltura (1860). Abolito il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio (1877), l’istruzione professionale fu demandata al solo Ministero della PI al quale fu tolta, nel 1878, in seguito alla ricostituzione del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. A questo Ministero fu assegnata, in modo specifico, con la sola esclusione degli istituti tecnici, che continuarono a dipendere dal Ministero della P.I. (M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 23).
[64] P. Scurani, Notizie storiche intorno al Pio Istituto degli Artigianelli di Reggio nell’Emilia, cit., p. 10.
[65] Ibidem, p. 11.
[66] Ibidem, pp. 12-13.
[67] Ibidem, pp. 15-17
[68] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 239.
[69] Ad esempio, si veda al riguardo la relazione relativa al territorio reggiano scaturita dall’inchiesta ministeriale «sui servizi di assistenza all’infanzia ed agli inabili al lavoro e sulla beneficenza elemosiniera» cfr. D. Gabbi, L’assistenza all’infanzia nel circondario di Reggio Emilia, Reggio Emilia, tipografia Bertani, 1905.
[70] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 83.
[71] La legge, rimasta in vigore fino alla riforma crispina del 1890, introdusse, tra l’altro, in ogni Comune del Regno la Congregazione di Carità, soggetto gestore dei beni lasciati ai poveri con il compito di curare gli interessi dei poveri, amministrando i beni donati dai cittadini abbienti e gestendo quelle Opere Pie senza amministratori. Il ruolo riduttivo dello stato nell’impostazione e nell’organizzazione delle opere pie non pregiudicò l’autonomia dei pii istituti né il rispetto del fine originario di ciascuno di essi. Per approfondire i concetti fondamentali della legge 3 agosto 1862 n. 753 cfr. S. D’Amelio, La beneficenza nel diritto italiano: storia delle leggi, testo delle leggi vigenti coordinati ed unificati, glossa, Padova, Cedam, 1931, pp. 121-122.
[72] P. Barazzoni, L’assistenza sociale a Reggio Emilia, cit., vol. II, p. 141.
[73] Sul contesto economico locale postunitario cfr. G. L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina, cit; M. Bianchini, Imprese e imprenditori a Reggio Emilia 1861-1940, cit.
[74] Ibidem, p. 154.
[75] M. Mazzaperlini, Storia del Pio Istituto Artigianelli, cit., p. 98.
[76] M. Bianchini, Imprese e imprenditori a Reggio Emilia 1861-1940, cit., pp. 68-70.
[77]G. L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina, cit., p. 110.
[78] Infatti, in base a quanto riportato al cap. III, punto 9 del Regolamento dell’Istituto Artigianelli del 1875 “i mestieri accolti nell’Istituto saranno quanto è possibile numerosi e variati preferendosi quelli d’uso più comune e di guadagno più sicuro” ( M. Mazzaperlini, Storia del Pio istituto Artigianelli, cit., p. 252).
[79] A. Spaggiari, Attività reggiane che si adeguano ai tempi, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1995, p. 8.
[80] M. Mazzaperlini, Storia del Pio istituto Artigianelli, cit., p. 107; A. Spaggiari, Don Zefinirino Iodi pioniere dell’educazione al lavoro per mezzo del lavoro, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, n. 1, 1997, pp. 18-19; E. Manicardi, D. Battaglia, Una copertina che si fa ammirare, in “Strenna del Pio Istituto Artigianelli”, 2021, pp. 48-50.
