Il complesso Artigianelli

Maria Cristina Costa

Storia del recupero degli Artigianelli

Quando nell’ormai lontano 1980 ricevetti l’impegnativo e prestigioso incarico del recupero del Complesso degli Artigianelli da parte del consiglio dell’Istituto, presieduto all’ora dal Com. Effrem Rossi, a cui sarò sempre grata dell’occasione offertami, non mi nascosi le difficoltà che l’impegno comportava.

Il Pio Istituto Artigianelli aveva, in quel comparto urbano, esercitato un ruolo di estremo significato sociale ed era per questo profondamente legato ai sentimenti dei cittadini reggiani. Il suo creatore, Don Zefirino Jodi, detto il Don Bosco reggiano, aveva lavorato in estrema difficoltà per ottenere quello stabile.
Lo stabile, ex convento della Misericordia, era nei pressi della sua parrocchia di Santa Teresa, allora molto povera, e in un primo tempo era stato assegnato all’ordine delle Mantellate – per altro già trasferite altrove. La difficoltà inoltre era grande anche per trovare il modo, sotto il profilo economico, per sistemarlo entro l’anno della consegna, previa revoca dell’assegnazione.

Il Pio Istituto Artigianelli aveva, in quel comparto urbano, esercitato un ruolo di estremo significato sociale ed era per questo profondamente legato ai sentimenti dei cittadini reggiani. Il suo creatore, Don Zefirino Jodi, detto il Don Bosco reggiano, aveva lavorato in estrema difficoltà per ottenere quello stabile. Lo stabile, ex convento della Misericordia, era nei pressi della sua parrocchia di Santa Teresa, allora molto povera, e in un primo tempo era stato assegnato all’ordine delle Mantellate – per altro già trasferite altrove. La difficoltà inoltre era grande anche per trovare il modo, sotto il profilo economico, per sistemarlo entro l’anno della consegna, previa revoca dell’assegnazione.

Chi voglia conoscere la forza meravigliosa che per amore degli adolescenti poveri Don Jodi pose nella realizzazione di quest’opera benemerita e lungimirante che tanto ha dato alla Città, non ha che da leggere il libro di Mario Mazzaperlini dedicato tutto alla storia del Pio Istituto Artigianelli.

Per parte mia ricevuto l’incarico del recupero, che investiva per la prima volta a Reggio un intero isolato, in assenza di una chiara e specifica disciplina di intervento per la conservazione dei valori del Centro Storico (per ottenere la quale per altro mi battevo sia nell’esecutivo di Italia Nostra, che soprattutto, in Consiglio Comunale) incontrai, al vivo, le difficoltà che avevo previsto. Questo, data la poca chiarezza normativa allora vigente alla cui definizione, solo in quegli anni, il Comune stava avviandosi. Del resto alcuni precedenti tentativi condotti da colleghi di intervenire in mancanza di chiare norme su questo grande blocco edilizio chiuso, semplificandone la tipologia con significativi e consistenti demolizioni, erano stati bloccati dalla Soprintendenza ai Monumenti.

Convinta assertrice della possibilità del recupero anche in difficili condizioni, e grata per la fiducia che mi era stata accordata conferendomi questo incarico, mi gettai, con l’entusiasmo che ho sempre avuto per il mio lavoro, nella non facile impresa. L’iter per ottenere la concessione edilizia fu tutt’altro che semplice e breve e attraversai momenti difficili ma infine l’iter burocratico si concluse. A quel punto il Pio Istituto Artigianelli cedette lo stabile alla prestigiosa impresa di costruzione Ingg. Degola e Ferretti per la realizzazione del progetto.

Il Complesso aveva nel tempo subito svariate vicissitudini: se si confrontano le due planimetrie illustrate sul Mazzaperlini, pur raffigurate diversamente, quella delle Mantellate del 1868-69 che corrisponde alla prima consegna vera e propria a Don Z. Jodi del 1873 e quella dell’intero stabile, nella parte raffigurata, si vede che sono sostanzialmente uguali ma in quella del 1873, proprio per la sua completezza, è raffigurata anche la pianta della Chiesetta di Santa Maria della Consolazione, dovuta all’architetto Francesco Iori e, come vedremo, acquistata successivamente da Don Jodi nel 1879 per svolgere la funzione di oratorio dell’Istituto Artigianelli; così come è raffigurato anche il cosiddetto orto Ceresini ancora di proprietà privata separato dal convento tramite il vicolo delle Bianche (ordine religioso femminile). L’istituto entrò subito in funzione nella sede così tenacemente perseguita e vi rimase fino al 1958, ben dopo la morte del suo fondatore che avvenne nel 1896. Nel 1958 si attuò il trasferimento del Pio Istituto nella nuova sede della Baragalla. Da quel momento sostanzialmente, nonostante alcune parentesi, positive nel caso di parziale uso di istituti scolastici nell’angolo sud-est su viale Monte Grappa, negative nel caso di “okkupazione” nei travagliati anni tra la fine dei ‘60 e i ‘70 del secolo scorso, il complesso degli Artigianelli, come dicevo, è stato sostanzialmente abbandonato. Tra l’altro, la necessità di far fronte alle spese per la nuova sede ha portato anche, come dice nella breve guida alla chiesa di S. Teresa il prof. Zeno Davoli, alla irragionevole e inutile demolizione della Chiesetta di S. Maria della Consolazione cui si accedeva dal Pio Istituto per via interna e per il pubblico dal fondo di via dell’Abate.

Le acquisizioni e trasformazioni apportate da Don Z. Jodi non furono indifferenti anzi, molto opportune e significative; segnalo solo le più evidenti: l’acquisto dal Comune del “vicolo delle Bianche” che univa via dell’Abate a via Campo Marzio, con un porticato che rispettava il percorso e con l’abbattimento del corpo di fabbrica addossato che rendeva eccessivamente angusto il secondo cortile interno; l’acquisto dai Ceresini del loro orto murato che si affacciava su via Santa Caterina (ora via Jodi); il completamento, approfittando dell’abbattimento delle mura che lo costeggiavano, e – con l’aiuto del Comune che gli cedette gratuitamente l’area di risulta con l’aggiunta di una integrazione economica – del terzo cortile, completando il porticato perimetrale: evidentemente Don Jodi comprendeva e amava la funzione del portico, tipico del resto,  dei chiostri conventuali. In questa parte più nuova riuscì a inserire importanti funzioni di servizio generale.

Ma tornando agli anni ‘80, quando io assunsi la responsabilità del recupero, il complesso era, come sottolineato, da molti anni in un penoso stato di abbandono e di degrado. Questo, anche perché le sue condizioni statiche, se non per la parte più antica che corrisponde all’antico convento della Misericordia su via dell’Abate e nel corpo trasversale che divide il secondo dal terzo cortile, erano veramente preoccupanti.

Sono convinta che studiando gli organismi edilizi antichi, quando la società era più povera e conseguentemente le scelte essenziali, emerge una loro flessibilità che consente le trasformazioni, necessarie, pur rispettose degli organismi medesimi, secondo le esigenze di oggi.

Cominciai così corpo dopo corpo, partendo dalla prima corte sull’attuale via Jodi, a studiare il complesso tenendo presenti due esigenze: renderlo funzionale alla residenza ai piani superiori mantenendo il piano terreno a disposizione di negozi o uffici e, dopo tanto abbandono renderlo bello, attrattivo e quindi desiderabile per i futuri utenti.

Il tema guida per questo secondo obiettivo che consideravo fondamentale, anche per il raggiungimento del primo, e pertanto chiave di volta per tutto il progetto, fu quello della valorizzazione del verde degli spazi interni che, seppur allora invisibili perché completamente murati, esistevano e, a mio avviso, dovevano essere messi in relazione con la Città. Nel prospetto su via Jodi, importantissimo, sostituii il grande massiccio portone con un grande leggero cancello, sacrificai due piccole “botteghe” che si affacciavano sulla via, creando dei fornici o cannocchiali laterali che insieme al grande cancello centrale legavano l’esterno all’interno consentendo di penetrare con lo sguardo fino in fondo al primo cortile, anzi, fino in fondo al secondo perché riaprii tutto il porticato del corpo sorto sul vicolo delle Bianche così come lo aveva voluto Don Jodi e che per motivi statici era stato nel tempo murato. Ho detto che lo sguardo poteva correre fino alla seconda corte ma debbo correggermi: poteva anche penetrare fino alla terza, mediante un grande passaggio voltato esistente, posto al centro del fabbricato della Misericordia a cavaliere tra la seconda e la terza corte. Per legare alla città questo isolato, che tale era in senso etimologico, era fondamentale quanto descritto,  ma non era sufficiente: con lo stesso concetto era  necessario procedere su via dell’Abate e via Campo Marzio: anche su via dell’Abate, oltre l’antico grande ingresso che introduceva a un bellissimo porticato, eliminai il portone e introdussi un leggero cancello; realizzai poi il cannocchiale visivo che corrispondeva al vicolo delle Bianche che correva fino in via Campo Marzio e sul quale si apriva il solito accesso trasparente che vinceva il lieve dislivello mediante due gradini. Il dislivello, dovuto all’abbattimento dell’antica giacitura delle mura cittadine che lo stesso Don Zeffirino Jodi si era impegnato a sgombrare per quanto riguardava i detriti, onde poterne usufruire, si presentava naturalmente accentuato sul fondo del lato destro del terzo cortile a corpo realizzato. Anche qui sentii la necessità di individuare un legame tra interno ed esterno con una piccola scala e quale fu la mia soddisfazione, abbattendo una paretina posticcia, nel trovare che, anche in antico, lì esisteva una scala: si realizzò così un raccordo, sempre trasparente con viale Monte Grappa.

Il principio di rendere fortemente visibile attraverso cannocchiali visivi, che legassero il verde e le attrattive interne al tessuto edilizio circostante, credo ancora adesso sia stato vincente, perché ancora adesso la gente si ferma ai cancelli per ammirare i tappeti erbosi, i viali alberati, il pulito linguaggio architettonico e la successione armoniosa dei porticati. In un centro storico che purtroppo continua a perdere residenti, gli Artigianelli costituiscono un baluardo di residenzialità. Poiché credo che i centri si salvino solo se ci sono i residenti, questa circostanza ancora mi fa molto piacere e mi consola delle polemiche che, come sempre prima della realizzazione, anche allora, in un primo momento, ci furono. Proseguendo: via dell’Abate era un tempo una zona assai degradata: cominciai a recuperare la casa cosiddetta dell’Abate, da decenni in stato di grave abbandono, situata in angolo fra questa via e via Don Jodi dove io stessa andai a abitare e ho studio. I due interventi sopra descritti, sono stati promozionali ed ora pressoché tutta via dell’Abate è stata recuperata alla residenzialità stabile.

Non mi soffermo sui noiosi aspetti tecnici di studio degli appartamenti di taglio e tipo molto diversi per i quali, per altro, cercai di valorizzare tutto quanto potesse testimoniare significativamente ciò che esisteva. Penso per esempio ai bellissimi travoni di rovere dell’ultimo piano del corpo tra il secondo e il terzo cortile o a tutti gli spazi voltati in parte dei quali si trova anche oggi la sede amministrativa del Pio Istituto Artigianelli e al di sopra dei quali esisteva, per tutta la lunghezza del corpo di fabbrica un teatrino. Faccio qui una divagazione: ho un bellissimo ricordo di quel teatrino, perché quando da adolescente scendevo a Reggio per dare gli esami di fine anno da privatista, frequentavo la parrocchia di Santa Teresa dove, oltre alla presenza di un sacerdote straordinario com’era Don Dino Torreggiani, si era formato un gruppo di giovani estremamente attivi capeggiati da Osvaldo Piacentini che avrebbero lasciato il segno della loro presenza in Città. Questi giovani organizzavano sempre qualcosa di interessante o nel cortile retrostante la canonica di Santa Teresa o, soprattutto, nel teatrino degli Artigianelli. Naturalmente facevano tutto: testi, costumi, scenografie, luci e recitazione. Erano spettacoli culturalmente un po’ fuori dai soliti schemi, molto coinvolgenti, perché Santa Teresa era una parrocchia all’avanguardia a differenza di San Prospero dove la figura di Mons. Riccò, molto autorevole, era più tradizionale.

Tornando agli aspetti funzionali: il teatrino era stato realizzato in quel punto perché gli ambienti voltati sottostanti e le spesse murature, le più antiche in quella parte, consentivano un “carico” umano sicuro in occasione di spettacoli o raduni numerosi. Come testimonianza di quel luogo rimangono gli alti soffitti e gli alti serramenti degli appartamenti al primo piano che la Soprintendenza non permise cambiassero quota. Tuttavia, con la sua muratura antica, ancorché tormentata da interventi successivi ma da noi restaurati, il prospetto su via dell’Abate mantiene un’indubbia autorevolezza. Più problematico il prospetto su via Campo Marzio che per le vicende raccontate, completamente difformi, per l’aggregazione progressiva di corpi di fabbrica completamente differenti, anche per epoche di costruzione, nonché un particolarmente forte degrado accumulato nel tempo, si presentava in veste scoraggiante. Un paziente riordino con tamponature di aperture improprie, riallineamenti verticali ottenuti con qualche accorgimento del mestiere, la creazione dei cannocchiali visivi sopra descritti, oltre la finale generale e omogenea tinteggiatura esterna, hanno reso accettabile, anche per i frontisti questo difficile prospetto.

E veniamo infine all’affaccio su via Ponte Levone ora Fontanelli: era sicuramente il più problematico poiché si trattava di un rudere di diverse epoche e di affacci su piani e livelli sfalsati. Dopo notevoli approfondimenti, presi una decisione a un tempo urbanistico|architettonica: proposi al Comune che in quel momento (1980) stava redigendo il primo piano del Centro Storico, di aprire il passaggio che da via Fontanelli immetteva in corso Monte Grappa, da anni chiuso da uno sbarramento precario, perché non pubblico, e studiai in allineamento col percorso stradale ottenuto che costituiva il prolungamento di via Fontanelli, delineato e arricchito da un filare di grandi alberi oggi esistenti, un allineamento regolarizzato della facciata est. Realizzai questo mediante il recupero dell’improprio volume esistente nel primo cortile a sinistra entrando da via Jodi, che avevo previsto di abbattere nel progetto generale. La proposta, credo ragionevole, trovò l’approvazione della Proprietà, del Comune e del primo progettista del Centro Storico Arch. Prof. Romeo Ballardini. Studiai allora una facciata che testimoniasse nell’antica muratura esistente in mattoni quello che era stato l’innesto della prosecuzione dell’Istituto fino alla Chiesetta di Santa Maria della Consolazione e proposi nella parte mancante una facciata molto semplice, scandita da un ordine gigante di paraste da terra a tetto che prevedeva al primo piano una profonda loggia che arricchisse col suo chiaroscuro l’insieme, così come, del resto, esisteva con altro linguaggio nel terzo cortile. Essa si saldava su viale Monte Grappa col corpo più elevato di sud-est, mediante un tetto poligonale che visivamente e simmetricamente si raccordava a quello su via dell’Abate.

Le destinazioni d’uso furono molto semplici: al piano terra una destinazione a terziario che col tempo si assestò quasi completamente ad uffici, gli altri due piani a residenza, con esclusione del primo tratto del piano su via Campo Marzio, angolo viale Monte Grappa, anch’esso ad uffici per un  motivo determinante: il rispetto della tipologia,  che realizzato ovunque, qui nel corpo fatto costruire nel 1895 da Don Jodi, prevedeva la distribuzione dei locali attraverso un unico ampio corridoio prospiciente il cortile che, appunto, fu conservato. Volutamente non sono entrata, in questa narrazione, nel merito di tutte le problematiche strettamente tecniche che si rese necessario affrontare per quanto sopra descritto: esigerebbero uno spazio troppo ampio.

Posso dire però che in questo grande e impegnativo lavoro fui aiutata sia nella fase di progettazione che di esecuzione, dai numerosi collaboratori che qui doverosamente ricordo almeno per le figure più strettamente coinvolte: per quanto riguarda le strutture l’Ing. Romeo Davoli col quale lavorai in perfetta sintonia; per tutto il resto dalle persone che allora lavoravano nel mio studio e colle quali mi è sempre piaciuto discutere i progetti intorno a uno stesso tavolo; in particolare l’Ing. Eugenio Bolondi che si è dedicato a una serie raffinata di particolari costruttivi, l’Ing. Riccardo Lenzini, cui fu rifilato il complicato studio di tutti i corpi scala con inserimento per ogni gruppo scala degli ascensori: l’Ing. Lenzini svolse anche in fase di realizzazione l’incarico di Direttore Lavori mentre io tenni per me la Direzione Artistica. L’impresa Degola e Ferretti mise a disposizione oltre che una qualificata manodopera un ottimo capo cantiere, il signor Benassi, e così, in sei lunghi anni, allo scadere del 1986 terminammo il lavoro. Posso dire che la Città ne fu contenta e generosamente me lo attestò; io oltre al lavoro di cantiere, che amo moltissimo come ho avuto modo di scrivere in altra sede, seguivo i lavori anche dalle mie finestre gelosa di ogni passaggio; il momento del distacco nonostante il risultato, fu agrodolce. Credo che molti colleghi conoscano questo sentimento: finché c’è il cantiere tu sei il dominus, sei in casa tua e trattare con gli operai, che realizzano in concreto ciò che hai pensato, è veramente gratificante. Al momento del termine dei lavori c’è appunto il distacco e, come ogni distacco, non è facile. Sono però orgogliosa di come gli abitanti del centro Artigianelli, a distanza ormai di quarant’anni, abbiano cura del medesimo: a primavera i verdi parterres si riempiono di margheritine, gli alberi sono cresciuti, in autunno lasciano dolcemente cadere le loro foglie gialle e io continuo a godermi dalle finestre la vista di questo bene restituito alla Città. Ancora una volta desidero ricordare il Consiglio degli Artigianelli e l’allora Presidente Effrem Rossi che mi diedero fiducia offrendomi questa grande opportunità di cui sarò loro sempre grata e a cui sono profondamente legata.

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